Tecnologia, Cronaca e Società, Cultura8 September 2006 10:23 am

Buttarsi o evolvere? Il citizen journalism come antagonista

Addio ai quotidiani, simbolo storico del giornalismo e della carta stampata. A lanciare l’allarme alcune settimane fa, passato relativamente sotto silenzio causa l’ottenebrante periodo estivo, è stata un’inchiesta apparsa su The Economist, secondo cui i giornali sarebbero destinati a sparire rapidamente dalle abitudini americane (e mondiali) dal 2043. Nel giro di pochi decenni, la metà delle testate dei Paesi più ricchi potrebbe sospendere le pubblicazioni. Le cause: Internet, weblog e free press (stampa gratuita).

Stando alle cifre, la crisi dei giornali è già una realtà: la loro diffusione è ormai da decenni in costante calo in Europa occidentale e negli Stati Uniti, con una diminuzione del 18% delle persone che lavorano nel settore nei soli Usa. E la condanna della carta stampata non potrà che aggravarsi in futuro se, come è emerso da un recente sondaggio, i ragazzi britannici tra i 15 e i 24 anni passano quasi il 30% in meno del loro tempo a leggere da quando hanno conosciuto la Rete.

A ben vedere, la reale portata della “minaccia virtuale” sarebbe da ridimensionare, quantomeno a fattore aggravante più che scatenante il fenomeno, a favore di altre cause.

E’ da vari anni, ad esempio, che per ridurre i costi, il Quarto Potere ha progressivamente diminuito gli investimenti nel giornalismo investigativo e d’inchiesta delle origini, puntando sull’attrattiva suscitabile con articoli d’intrattenimento vario, accattivandosi la fedeltà di acquirenti - e di non lettori - con milionari scoop di gossip e Dvd in prima visione, con i contenuti a fare spesso da surplus. Se ciò monetariamente rende, ogni guadagno svanisce miseramente nella domanda dell’Economist: «I giornali di oggi sono in grado di sostenere quella cittadinanza informata da cui dipende la democrazia?». Una risposta affermativa non è così scontata.

D’altro canto, il progressivo popolarsi del mondo del citizen journalism, fatto di singoli blogger nel web o del recente fenomeno della free press, permette al lettore “di passaggio” - ma non solo - un materiale sterminato su cui riflettere. Le differenze tra stampa tradizionale e new-press ci sono, in una scena per sua stessa natura affetta da mancanza di garanzie (soprattuto per quanto riguarda il web) e che come i “fratelli maggiori” della carta stampata non si sottrae dal distorcere e travisare i fatti, soprattutto quando entrano in gioco idee e ideologie, guerre e valori. Detto questo, neppure sono da appoggiare supinamente le innumerevoli tesi anti-blog tracciate da varie personalità, tra cui l’Umberto Eco del «su Internet si trova la fuffa peggiore: materiale inerte, esternazioni emozionali da scemi del villaggio, blog di esibizionisti».

L’Economist parla di un giornalismo in evoluzione, che non può non tener conto dei nuovi strumenti di comunicazione. Necessario guardare al web come ad una minaccia, oppure sarebbe meglio fermarsi a soppesare le nuove potenzialità che la carta stampata potrebbe trovarci?

Molti editori si sono già adeguati a quelle che sempre più appariono come le esigenze dei nuovi lettori, estendendo sulla rete i propri servizi informativi. Un recente studio «sul grado di sviluppo della presenza online dei più importanti giornali italiani, attraverso l’implementazione di tecnologie di nuova generazione, quali feed RSS, blog, podcast e altro» dei primi cinquanta giornali italiani per copie vendute a cura di Luca Conti, ha evidenziato come vi sia ancora «una bassa adozione delle opportunità del nuovo web», con registrazioni obbligatorie dell’utente (spesso a pagamento), poca o nulla interattività (solo 12 giornali offrono un forum con il quale il lettore può confrontarsi con la redazione e gli altri lettori), un’offerta multimediale particolarmente povera.

Insomma, i due mondi ancora non collimano, si guardano in cagnesco e si accusano a vicenda. Internet, o meglio chi lo popola attivamente, viene ancora considerato più come una minaccia a interessi professionali, morali e commerciali, piuttosto che una risorsa, il segnale di un cammino evoluzionario cui adeguarsi. E finchè sarà così, il ruolo di Internet non potrà che essere quello dell’antagonista.

Tecnologia, Cronaca e Società, Politica30 August 2006 12:14 pm

In Cina una Wikipedia senza compromessi: beata utopia

«Che Wikipedia sia, ma senza compromessi», così Jim Wales, fondatore della celebre enciclopedia libera e collaborativa, che medita di rendere l’encilopedia nuovamente accessibile agli utenti cinesi.

Wales ha però dichiarato che questo accadrà solo se non verranno chiesti o imposti compromessi sull’indipendenza di Wikipedia. «Una delle cose più importanti per me e per l’intera comunità Wikipedia è che qualcosa si renda disponibile in Cina non sia vista come quello che Google ha fatto, accettando compromessi sul piano della censura».

L’idea di Wales, alimentata dall’entusiasmo degli utenti cinesi, oggi costretti perlopiù ad accontentarsi di una enciclopedia censurata filtrata “per il loro bene” dal regime, è che «un conto è che ci siano modifiche alla policy che possiamo accettare, lo facciamo già in Germania, o sulla qualità, un altro è pensare che occorra chiedere un’autorizzazione al governo cinese per ogni nuova cosa che pubblichiamo», come pretenderebbe il regime comunista.

Secondo Wales le scelte del regime cinese nel censurare Wikipedia rappresentano «un grosso errore» se si considera la neutralità politica che da sempre caratterizza la stragrande maggioranza delle pagine pubblicate dall’enciclopedia.

Le dichiarazioni di Wales non sono casuali. La versione cinese di Wikipedia, nonostante i filtri imposti da Pechino sull’accesso a quelle pagine, già oggi è in piena espansione, potendo contare su qualcosa come 2,7 milioni di pagine, più di 15mila immagini e 85mila voci: tutto materiale realizzato da utenti di madrelingua cinese e letto da utenti di molti diversi Paesi. La crescita è veloce: Wikipedia stima che si superino le 100mila voci entro il 2006.

Letteratura e libri, Tecnologia28 August 2006 9:59 am

Rivoluzione Web e controrivoluzione “proprietaria”: il controllo della libera circolazione delle idee.

Dopo la rivoluzionaria invenzione del Web, è in atto una controrivoluzione: quella “proprietaria”, di chi detiene i diritti contro la libera circolazione delle idee. La Rete, che da quando è nata ha permesso lo sviluppo di un cyberspazio aperto al fluire delle idee del nostro tempo, si sta restringendo giorno dopo giorno - sia dal punto di vista tecnico che da quello legale - sotto i colpi dei grandi gruppi di interesse economico, che puntano di spartirsela come un bottino di guerra.

Fine delle idee come “beni comuni”, i cosiddetti “Commons”, identificati ai tempi della Rivoluzione industriale e giudicate cruciali per il fiorire di creatività e innovazione?. Forse non ancora, ma sono in pericolo, e vanno difesi strenuamente. E’ questa la tesi di Lawrence Lessig, giurista ed intellettuale di fama internazionale per il suo impegno nella difesa dei diritti digitali, paladino del futuro delle idee e della cultura libera. Da meno di un mese il suo ultimo libro, Il futuro delle idee, tradotto per Feltrinelli da Leonardo Clausi, è disponibile nelle librerie italiane. Pubblicato negli Usa quasi quattro anni fa, è ancora oggi più attuale che mai.

Lawrence Lessig è professore di giurisprudenza presso la Stanford Law School, fondatore dello Stanford Center for Internet and Society, presidente dell’organizzazione no-profit Creative Commons (chi ha un blog certamente la conosce), oltre che membro del direttivo della Public Library of Science, della Electronic Frontier Foundation, della Free Software Foundation e di Public Knowledge. Incluso per due volte nell’elenco dei «50 visionari» da Scientific American, è autore anche del libro Cultura libera (pubblicato da Apogeo nel 2005).

Contro «una nuova fase di recinzioni», che già aveva segnato l’accumulazione originaria del capitale, Lessig entra nel merito della proprietà privata delle idee (cioè la proprietà intellettuale, brevetti e copyright) e presenta le possibili soluzioni per riportare la proprietà intellettuale al suo fine originario: non la tutela degli interessi delle aziende monopoliste, bensì la protezione del lavoro e della creatività dei singoli.

Un tema certamente complesso, ma cruciale: «Chiunque ci tenga a lasciare ai nostri figli un mondo migliore deve leggere questo libro», dichiara Tim O’Reilly, editore-guru dei media digitali. «La questione chiave dell’era digitale non sarà stabilire se siano il governo o il mercato a controllare una risorsa, ma se una risorsa debba essere effettivamente controllata. Solo perché il controllo è possibile, non ne consegue per forza che sia legittimato. In una società libera, il peso della legittimazione dovrebbe piuttosto ricadere su colui che difende i sistemi del controllo», scrive Lessig.

Molti tipi di risorsa devono essere controllati per incentivarne la produzione. Ci sono però risorse che guadagnano un valore unico nell’essere mantenute libere anziché soffocate dal controllo, e secondo Lessig «una società matura realizza questo valore proteggendo le risorse sia dal controllo pubblico sia da quello privato». Ma proprio mentre la rete Internet ci ricorda il valore della libertà, le lobby industriali stanno spingendo le istituzioni politiche e sociali di mezzo mondo a passare leggi e decreti per controllarla. Per difendere la diffusione e la condivisione delle informazioni, Lessig ci ricorda che quella dei Commons è una lezione che dobbiamo imparare da capo, a costo di batterci contro le attuali leggi sul copyright: perché in una società libera non bisogna essere sempre costretti a chiedere il permesso, soprattutto quando si tratta di far valere i nostri diritti.

E Lessig non si limita - come molti - a scriverlo o a parlarne: attivamente impegnato in varie attività, già nel 2001 ha co-fondato Creative Commons (cc), organizzazione no-profit dedicata a permettere a quanti detengono diritti di copyright di trasmettere alcuni di questi diritti al pubblico e di conservarne altri, per mezzo di una varietà di licenze e di contratti che includono la destinazione di un bene privato al pubblico dominio o ai termini di licenza di contenuti aperti (”open content“).

«Nel passaggio da un mondo analogico a un mondo digitale, ci sono grandi opportunità e grandi minacce», sostiene Richard Owens, portavoce della Wipo (World Intellectual Property Organization), l’agenzia dell’ONU che si occupa dei problemi legati alla proprietà intellettuale. Per questo - continua - «Creative Commons offre una grande promessa».

Lawrence Lessig, IL FUTURO DELLE IDEE
Ed. Feltrinelli, 2006 - 272 pagine
Prezzo di copertina: € 16,00

Tecnologia, Cronaca e Società23 August 2006 12:23 pm

Couple surfing: la navigazione a due che fa tendenza

Estremismo informatico, voglia di qualcosa di nuovo, dissociazione mentale: usare Internet anche per comunicare quando ci si trova uno vicino all’altra sta diventando una pratica sempre più in voga. La chiamano couple-surfing, letteralmente “navigazione in coppia”, una sorta di dialogo tra muti. Lui e lei si siedono uno accanto all’altro, guardano, navigano, cliccano e comunicano, ma senza proferir parola: il dialogo avviene via e-mail, instant-messenger o blog e il suono della voce è sostituito da quello delle dita sulla tastiera. Normale occupazione di coppia. Che fa tendenza.

Ciascuno dei due naviga su quello che preferisce, poi passa un link, un’immagine o qualcosa di interessante al partner e via, la muta conversazione virtuale è avviata. Ci sono quelli che lo fanno in casa in assoluto silenzio, ma ci sono anche quelli che lo fanno in pubblico, in un Internet café o portandosi il portatile al bar e ordinando pure da mangiare e bere, senza rivolgersi parola.

Gli amanti della navigazione di coppia sono in aumento, e punto d’incontro è il sito iMomus, dove le testimonianze e gli scambi di esperienze sul tema ormai si precano. Si scopre così che il couple-surfing può essere utile per immaginare di vivere in uno spazio più confortevole del monolocale dove in realtà si abita o per comunicare cose imbarazzanti da dire a voce: insomma per tutta una serie di azioni che uniscono due persone e non le dividono.

Un uso forse estremo delle tecnologie, ma senz’altro innovativo e - apparentemente strano a dirsi - aggregante. Dopo tutto a ciascuno è data la libertà di guardarsi quello che preferisce, stando vicini, di fare quello che gli pare e nel frattempo di interagire con il partner. Sempre meglio questo che restare inebetiti davanti a due TV col doppio abbonamento in due stanze diverse.

Tecnologia, Politica14 August 2006 6:33 pm

E anche Ahmadinejad si fa il suo

Politici, cantanti, giornalisti, fustigatori ma soprattutto comuni cittadini. Sono in tanti quelli che hanno deciso di creare un proprio blog come mezzo di comunicazione. Gratuiti e facili da usare, i blog stanno riscontrando, a meno di dieci anni dalla loro nascita, un vero e proprio boom. Si stima che ogni giorno, nel mondo, ne vengano creati 175mila: 7.200 ogni ora, oltre 2 blog al secondo.

Nel mondo, rileva il motore di ricerca Technorati, che misura periodicamente l’evoluzione della blogsfera, sono stati recensiti a luglio 50 milioni di blog. E tra messaggi e commenti, si calcola ne vengano inviati 1,6 milioni al giorno (18,6 ogni secondo), contro i meno di 500.000 di due anni fa. La lingua più parlata nel blogsfera è l’inglese (39%) che ha da poco superato il giapponese (31%). Dietro al terzo posto cinese (12%), si attestano lo spagnolo (3%), l’italiano, il francese, il portoghese, il russo (tutti al 2%).

E dopo VIP e uomini della strada, ad essere contagiato dalla “blog mania” c’è anche il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, noto intregralista anti-occidentale, che ha però deciso di aprire un suo blog all’indirizzo ahmadinejad.ir. Il sito è disponibile in quattro lingue (farsi, arabo, inglese e francese), e per riempire le pagine del suo diario online l’iranico presidente ha deciso di cominciare con il raccontare la sua vita, partendo dall’infanzia. «Nell’era in cui la nobiltà era un prestigio e vivere in una città la perfezione, io sono nato in una famiglia povera in un remoto villaggio di Garmsar, a circa 90 km da Teheran», si legge nelle prime righe.

Per il momento l’autobiografia del presidente si ferma al 1988. Ahmadinejad rinvia i suoi lettori ad un prossimo futuro, quando avrà del tempo libero per continuare la sua storia. Il presidente deve aver scoperto però di essere un po’ prolisso nella scrittura, perché saluta scrivendo: «da ora in avanti cercherò di scrivere in modo più breve e più semplice».

Il presidente iraniano censore di numerosi siti web, tra cui numerosi blog rei di protestare contro le sue politiche, usa adesso questo strumento tecnologico che le massime autorità religiose deplorano. Tra la comunità dei blogger iraniani c’è curiosità, ma anche molto sano scetticismo.

Tecnologia, Tra il serio e il faceto10 August 2006 11:25 am

Otto suggerimenti per un delitto moderno

Musica portatile, gioie e dolori della tecnologia. Del secondo filone, interessante l’idea di Kevin Fleming, che dal sito di McSweeneys propone di utilizzare l’iPod Nano di Apple (particolarmente adatto allo scopo per le sue dimensioni ridotte) non per ascoltare musica, bensì per uccidere qualcuno.

Gli otto suggerimenti proposti da Fleming spaziano dal classico dell’omicidio rivisto in chiave digitale (rompere l’iPod usandone il vetro come un rasoio, usare il cavo delle cuffie per strangolare la vittima) a qualcosa di più esotico e retrò (creare con una calza una moderna mazza medievale, usare l’iPod come punta di lancia in una trappola stile Indiana Jones).

Non mancano neppure idee più originali, come il disturbare fatalmente la guida della vittima usando lo schermo dell’iPod per riflettere a dovere i raggi del sole (sistema utile anche nei concerti, per azzittire un cantante particolarmente inviso) oppure minare irrimediabilmente i pasti altrui, sbriciolando la batteria al litio dell’iPod nella bustina dell’amato té della vittima o nascondere il caino aggeggio in un piatto di lutefisk (merluzzo lasciato nella soda a marinare) durante la tradizionale “Norsefest Lutefisk Eating Competition” di Madison, Minnesota. In Italia non c’è, ma ci sono sempre altre feste goderecce.

Per chi preferisse qualcosa di meno truce, invece, rimane la possibilità attirare il malcapitato nella trappola, scaricando nell’iPod Nano “We’ve Only Just Begun” dei Carpenters, sfidandolo ad ascoltarla un centinaio di volte di fila.

Caro, vecchio, iPod Nano.

Tecnologia, Cronaca e Società27 July 2006 10:48 am

Ad Amsterdam una clinica per drogati di videogiochi

Le dipendenze sono un grave problema d’ordine psicologico: sostanze come alcol e droghe possono distruggere un individuo. Ma non sono le uniche. I terapeuti della clinica Smith and Jones di Amsterdam ne sono convinti: la dipendenza da videogiochi, condizione patologica riconosciuta anche dai SERT italiani, è una malattia, che può essere sconfitta solo con un programma di recupero mirato.

Così, oltre a curare tossicomanie da alcol e altre sostanze, la clinica propone un programma ad hoc per i “malati di videogiochi”. Il servizio offerto dagli specialisti olandesi punta al trattamento dei soggetti che non riescono a staccarsi dallo schermo del proprio computer e che hanno perso di vista la vita reale per rincorrere un’effimera esistenza virtuale: le cure della clinica per ludomani - questo la definizione dei “drogati da videgiochi” - si rivolgono infatti alle persone che arrivano a trascurare la propria vita sociale pur di passare molte ore armati di mouse, tastiera e videogiochi, soprattutto multiplayer online.

Si tratta di un fenomeno che colpisce in larga misura i Paesi orientali, soprattutto Cina e Corea del Sud. Il meccanismo che spinge molte persone ad “affogare” i propri problemi dentro un videogioco, spiega lo psicoterapeuta della clinica, Kerry DeVries, sarebbe lo stesso di chi lo fa dentro un bicchiere d’alcol per fuggire dalla realtà. «E’ molto più facile rifugiarsi dentro un videogioco online», spiega DeVries, «piuttosto che affrontare i problemi della propria esistenza personale, lavorativa e sociale».

Il vero problema insorge quando il videogioco crea il cosiddetto “rinforzo psicologico“: il ludomane trae piacere dal gioco e ogni volta che si trova in situazioni difficili del mondo reale, proprio come spesso accade nelle tossicodipendenze, torna immediatamente al proprio mondo alternativo.

Nel frattempo, mentre il numero di studi medici riguardo a questo “lato oscuro” dell’intrattenimento digitale è sempre più ampio, alcuni paesi stanno già correndo ai ripari, promuovendo, come nel caso della Cina, strategie di prevenzione per tutelare i più giovani.

Dipendenze (ed esagerazioni) del ventunesimo secolo.

Spettacolo, Tecnologia, Cultura23 July 2006 3:32 pm

Tutto italiano l'omaggio della tecnologia alla Shoah

Girato con 10 milioni di euro dalla «263 Films» nell’Italia del Nord, tra Milano 2 e il «Raptor Studios» di Busto Arsizio, dal regista Dario Picciau, il nuovo film «Dear Anne» - in cui Anne sarà Anna Frank - suscita già reazioni di grande plauso, soprattutto nella comunità ebraica ma non solo, ottenendo la benedizione dei grandi centri, organismi e musei della cultura ebraica. «Poiché non c’è più Anna Frank e non c’è più la Amsterdam dove era nascosta, degli anni ‘40, vogliamo ricostruirla fedelmente, al millesimo, con le nuove tecniche digitali che in questo momento mi sembrano lo strumento ideale per comunicare - dice l’autore - Non per produrre meraviglia, ma dare un messaggio di ricordo, forse di speranza».

Digital reality, l’uso virtuale dell’immagine reale, è già stato impiegato con ottimi risultati nel film «Polar Express» con Tom Hanks, ma col senno scientifico di due anni trascorsi da allora. Spiega Picciau: «Con la tecnica della motion picture si mettono 72-75 sensori sul volto e sul corpo dell’attore, fissandone i movimenti, ricopiando tutto, dai pori della pelle alle sopracciglia, la struttura ossea e quella molecolare del viso per prendere tutti i dettagli le espressioni possibili. Quindi si registra tutto con una camera a raggi infrarossi, così trasferendo la realtà nel computer con tecnica digitale».

E ad essere riprodotte non saranno solo le persone, ma anche i luoghi, gli oggetti, i paesaggi della città che si vedranno mentre la ragazzina ebrea è segregata. «Tutto sarà uguale a com’era allora, anche la soffitta, anche le strade di Amsterdam», spiega lo sceneggiatore Roberto Malini.

Tecnologia all’avanguardia, ma al servizio di un ideale morale. «Vogliamo un pubblico di giovani, che impari il valore positivo della memoria - continua Malini - non solo un film di effetti speciali. Abbiamo fatto una lunga e meticolosa ricerca storica con immagini, documenti, testimonianze: sarà come un museo in movimento pieno di citazioni visive. L’idea non è quella del remake del Diario, ma di iniziare la storia di Anna oggi in America, a cavallo tra due mondi con una ragazza malata di leucemia che si chiama Emily ed è fatta sulle fattezze della poetessa Dickinson. Col regalo del “Diario” fa un viaggio fantasy e le due giovani si incrociano nei loro infelici destini, poi si torna nel reale».

E non sarà solo Anna Frank la protagonista digitalizzata di un film che è la storia di incontri mai avvenuti, di Anna Frank, di Emily Dickinson e anche di Oskar Schindler, Helga Deen, Sissel Vogelmann.

L’uscita del film, dopo due anni di lavoro di gruppo, è prevista per l’aprile 2007 contemporaneamente in molte capitali della Shoah. Per ora è diponibile un trailer dai contenuti tecnologici già altissimi ma che ancora, come dichiara Picciau, non sono l’espressione definitiva della qualità di rendering raggiunta nella lavorazione.

Tecnologia4 July 2006 3:58 pm

PayPerPost: quando il blogger è prezzolato

Dopo un articolo apparso sul magazine on-line BusinessWeek già in molti sono pronti a gridare allo scandalo: un’agenzia statunitense, PayPerPost, offre un servizio che promette soldi ai blogger per far loro pubblicare messaggi promozionali spacciati per opinioni spassionate, ovviamente all’insaputa dei lettori.

Nuova fonte di guadagno per i blogger, che solitamente si affidano alla piattaforma pubblicitaria Google AdSense per cercare di racimolare qualcosa dal proprio blog, PayPerPost nasce da un’idea di Ted Murphy, un imprenditore americano che vive in Florida. In un mondo sempre più sommerso dalla pubblicità, pare infatti che le tradizionali strategie non funzionino più come una volta: nell’era del (finto) reality, molto meglio allora affidare le proprie campagne a fittizie opinioni spacciate per vere, una sorta di combinazione tra un passaparola tarocco e il cosiddetto product placement, tecnica solitamente utilizzata nel cinema e in TV, dove un inserzionista paga per promuovere il suo prodotto in modo poco appariscente, rendendolo “parte integrante”, ad esempio, della scenografia di una ripresa, di una fiction o di un programma televisivo.

Alla stessa maniera, PayPerPost è subdolo: i blogger affiliati al programma ricevono compensi per scrivere articoli apparentemente “neutrali”, ma segretamente con l’unico scopo di mettere in buona luce determinati prodotti.

E’ evidente come un sistema pubblicitario di questo tipo sia molto più subdolo rispetto ai sistemi di promozione contestuale diffusi nella blogosfera, e scindere la reale informazione dalla promozione diventa notevolmente più difficile: nel caso di AdSense, ad esempio, i link promozionali vengono messi bene in evidenza da un’apposita dicitura, così da non essere confusi con rimandi a pagine di contenuti originali.

Qualcuno, indignatissimo, parla già di “inquinamento della blogosfera” e di marchette, definendo PayPerPost come il killer silenzioso dell’originale natura dei blog. Il numero di blogger affiliati al programma non è noto, così come non si conoscono con esattezza le caratteristiche dei contratti e degli accordi tra PayPerPost ed i vari blogger, anche se pare che PayPerPost si riservi il diritto di approvare ogni singolo post promozionale prima di corrispondere quanto dovuto all’affiliato.

Gli interrogativi alzati da PayPerPost, che rimane comunque un servizio pienamente legittimo e legale, sono esclusivamente di tipo etico: in base alle osservazioni di vari esperti, come ad esempio Roland Piquepaille, il sistema colpisce al cuore l’affidabilità e l’indipendenza, valori fondamentale per coloro che credono nella portata rivoluzionaria del cosiddetto micropublishing: «Il sistema paga i blogger che decidono di vendere la propria credibilità. Non so se riuscirei a barattare questo valore in cambio di un pugno di dollari».

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