Spettacolo, Cronaca e Società, Cultura28 September 2006 10:55 am

Mozart censurato: «Offende l'Islam»

Ha a dir poco dell’incredibile la scelta della «Deutsche Oper» di Berlino di togliere dal cartellone Idomeneo, re di Creta di Wolfgang Amadeus Mozart, per la scena in cui si esibisce la testa mozzata di Maometto, peraltro insieme a quella del Cristo.

Scelta motivata da un moto di ribellione cristiano? Certo che no, e ad affiancare la guerra preventiva arriva la paura preventiva: il timore era quello di irritare la sin troppo frequente suscettibilità islamica.

Duro il commento del cancelliere tedesco Angela Merkel. «L’autocensura dettata dalla paura non è accettabile. Dobbiamo fare attenzione a non indietreggiare sempre di più davanti alla paura di fondamentalisti violenti», ha avvertito. La vicenda è finita in prima pagina sui giornali tedeschi, che pressochè all’unanimità condannano la decisione della soprintendente Kirsten Harms, l’autrice del “vil rifiuto”.

Divisione invece nella compagine di quella che si è temuto potesse divenire la parte lesa. Il presidente delle comunità turche in Germania, Kenan Kolat, ha parlato di decisione «scandalosa» che «sottomette l’arte alla religione come avveniva nel Medio Evo». Di avviso opposto si è dichiarato invece il segretario generale delle comunità islamiche, Ali Kizilkaya, il quale ha spiegato che per «motivi di sensibilità» nei riguardi dei musulmani lo spettacolo non sarebbe mai dovuto andare in scena.

Se la sovrintendente teatrale che ha azzerato Mozart soffra di attacchi isterici o se la sia fatta sotto, per citare alcuni prosaici commenti di cui l’hanno gratificata in patria, non è dato saperlo. Quello che appare invece certo è che, per non urtare la sensibilità dei fanatici, ormai ogni pretesto è buono per fare un passo indietro, rinununciando a un pezzo dopo l’altro di libertà di espressione, di parola, di cultura, di arte, di idee. A quando la soppressione della Butterfly, nel timore di offendere il nipponico amor proprio? Di Mozart ci rimane il Requiem: teniamocelo stretto, ci servirà.

Spettacolo, Letteratura e libri, Cronaca e Società, Politica26 September 2006 11:49 am

Siamo in guerra! Voi ci state?

George Bush afferma che gli americani pregano per lui, mentre l’America del suo “terzo risveglio” di religiosità assomiglia sempre più ad una democrazia teocratica. Eppure, nella stessa America, Jesus Camp, documentario che racconta la realtà dei campeggi estivi per bambini evangelici, diventa un affare da milioni di dollari, insieme al libro Lettera ad una nazione cristiana, la terza pubblicazione più venduta in Internet.

Un tam-tam che dalla proiezione al Tribeca Festival fino all’uscita nelle sale, ha condotto il documentario di Heidi Ewing e Rachel Grady al centro di una discussione sulle pulsioni ultrareligiose dell’amministrazione Bush: il film descrive, infatti, la storia di tre bambini, seguiti durante la loro vacanza di “addestramento religioso” al campeggio “Kids on Fire” di Devils Lake, in North Dakota, tra attività ricreative che spaziano da sessioni di preghiera davanti a un’immagine del presidente degli Stati Uniti per la fine della pratica abortiva a veri e propri indottrinamenti: durante il film, la religiosa evangelica Becky Fischer, fondatrice del campo, chiede gridando ai suoi allievi in tuta mimetica: «Siamo in guerra! Voi ci state?». Un lavaggio del cervello da far invidia alle madrasse islamiche.

Aperte le porte di un mondo nascosto agli occhi dei più, le polemiche non si sono fatte attendere. E allora, alimentate da un fitto passaparola su Internet, le voci su Jesus Camp montano e ne fanno un vero e proprio caso, che scatena le furie del reverendo evangelico Haggard, capo spirituale di 30 milioni di fedeli, che sferra il suo attacco contro il documentario: «E’ propaganda dell’estrema sinistra, che demonizza gli evangelici».

Ad gettare benzina sul fuoco arriva ora anche Lettera ad una nazione cristiana, e parallelamente all’uscita del documentario scoppia anche un caso editoriale. Il pamphlet di Sam Harris, si pone l’obiettivo di «armare tutti gli americani ragionevoli» di argomenti potenti per combattere la destra teo-con, i neoconservatori Usa di forte impronta religiosa.

«Il presidente degli Stati Uniti ha più volte affermato di essere in dialogo con Dio - scrive Harris nel suo libro - Se avesse detto che parla con Dio attraverso un asciugacapelli, sarebbe un’affermazione da emergenza nazionale. Io non vedo come l’aggiunta di un asciugacapelli renda la sua affermazione più grottesca o offensiva».

Dopo un’uscita in sordina, rimbalzando sul web di sito in blog, quello di Harris è diventato in poche ore il terzo libro anti-Bush più venduto su Amazon.com, preceduto solo dal libro del presidente Hugo Chavez e da La più grande storia mai raccontata: declino e caduta della verità dall’11 settembre a Katrina del famoso opinionista del New York Times Frank Rich. Il nuovo sogno americano (anti-Bush).

Spettacolo, Letteratura e libri20 September 2006 10:52 am

La nuova regina della narrativa romantico-vampiresca, tra libri e film per la tivù

Una serie di libri di successo, un tour in Italia e un film in arrivo. Un genere che oscilla tra il romantico e l’hard-boiled al femminile: la nuova regina della narrativa horror-vampiresca è Laurell K. Hamiton.

Se amate le storie di vampiri, questa è la scrittrice per voi. Protagonisti assoluti delle sue storie, che la Hamilton racconta in modo brillante e divertente, sono proprio loro: tanti, organizzati, onnipresenti e terribili. In un mondo futuribile Anita Blake svolge un lavoro decisamente strano: è Risvegliante presso la Animators Inc. di St. Louis. Sostanzialmente il suo compito è quello di resuscitare per qualche ora i defunti, quando ve ne sia la necessità (ad esempio per farli testimoniare in un processo). Ma Anita svolge anche una seconda professione, quella di cacciatrice di vampiri. In questa realtà stravagante i vampiri sono tanti, vivono indisturbati fra gli umani e sono “legalmente riconosciuti”, anche come nuova chiesa, ma non devono derogare dalle regole che sono state loro imposte. In caso contrario arriva lei con proiettili rigorosamente d’argento, gli unici adatti a fermare un vampiro. “La Sterminatrice”: così viene chiamata nell’ambiente. Eppure proprio a lei, nel primo romanzo della serie, si rivolge un vampiro molto preoccupato, incaricandola di trovare il terribile serial killer che sta gettando nel panico la comunità vampiresca cittadina. Forzata nella scelta da un ricatto, Anita accetta l’indagine entrando così in un mondo misterioso, affascinante ma estremamente pericoloso dove i poteri soprannaturali si mescolano con personalità travolgenti e carismatiche.

Nata nel 1963 a Heber Springs in Arkansas, Laurell K. Hamilton è rimasta orfana di madre per un incidente d’auto nel 1969, ed è cresciuta con la nonna, che raccontando alla nipote storie dell’orrore fece nascere in lei l’interesse per quel mondo. Ha scritto il suo primo racconto a dodici anni, e ha pubblicato il suo primo romanzo, Nightseer, nel 1992. Nel 1994 esce Guilty Pleasures (tradotto in italiano in Nodo di sangue), il primo libro della serie di Anita Blake, che decreta il suo successo. Dal 2000 affianca a questa un’altra serie, Merry Gentry, legata al mondo delle fate.

Poche autrici riescono come lei a divertire i lettori, offrendo con i suoi romanzi puro intrattenimento, consacrandola negli anni come una delle scrittrici di letteratura dark-fantasy più apprezzate dai lettori di ogni età. Non è un caso che i tredici romanzi della serie Anita Blake (alcuni tradotti in italiano) siano, a ogni loro apparizione, regolarmente in cima alla lista dei best-seller del New York Times.

Alla base della serie non ci sono film o romanzi dell’orrore, bensì la passione dell’autrice per la letteratura hard-boiled, in particolare per i romanzi di Robert B. Parker. Una passione letteraria che si è unita al desiderio di creare un personaggio femminile forte che, al pari dei protagonisti maschili del genere, fosse in grado di contenere le emozioni o il rimorso. La sua protagonista, nella migliore tradizione hard-boiled possiede una pistola inseparabile ed è un’investigatrice alle prese con casi ispirati alla realtà criminale quotidiana, anche se immersi in un mondo dominato dalla magia. È nata così Anita Blake, personaggio a metà tra il popolare detective dell’occulto Jules de Grandin e il cacciatore di vampiri Abraham Van Helsing. In più, sul filone della letteratura vampirica moderna, rappresentata dalla cronache di Anne Rice, “la Sterminatrice” combatte mostri pericolosamente affascinanti, catturando nella classica mystery story anche la vena romantica propria della scrittrice di New Orleans.

Forse, il segreto di Laurell K. Hamilton sta proprio nel saper miscelare i generi con maestria. «Utilizzo tutti i generi: ogni libro contiene un elemento romantico, uno horror e una sottotrama mystery». In particolare l’elemento romantico si è imposto proprio con Luna Nera, quarto libro della serie, in seguito al quale la Hamilton, al principio recalcitrante, ha dovuto ammettere che il romanticismo era sempre stato parte integrante dei suoi romanzi.

E ora i racconti della Hamilton promettono di essere tradotti anche sul piccolo schermo. La Digital Domain ha firmato un contratto per produrre un film per la televisione basato su Nodo di Sangue, il primo romanzo della serie. La sceneggiatura sarà scritta a quattro mani dalla Hamilton stessa e dal marito Jon, e la scrittrice avrà anche parte nella scelta del cast. In questo momento la stesura della sceneggiatura non è ancora stata completata e le fasi seguenti della pre-produzione, scelta del cast compresa, non sono ancora cominciate.

Della serie di “Anita Blake”:
NODO DI SANGUE (Ed. Nord, 2003)
RESTI MORTALI (Ed. Nord, 2006)
IL CIRCO DEI DANNATI (Ed. Nord, 2004 - Ed. TEA, 2006)
LUNA NERA (Ed. Nord, 2004)
POLVERE ALLA POLVERE (Ed. Nord, 2005)
IL BALLO DELLA MORTE (Ed. Nord, 2005)
Burnt Offerings (1998 - in lingua inglese)
Blue Moon (1998 - in lingua inglese)
Obsidian Butterfly (2000 - in lingua inglese)
Narcissus in Chains (2001 - in lingua inglese)
Cerulean Sins (2003 - in lingua inglese)
Incubus Dreams (2004 - in lingua inglese)
Danse Macabre (2006 - in lingua inglese)

Spettacolo, Cronaca e Società, Cultura4 September 2006 9:44 am

E' morto Steve Irwin, Mr. Crocodile

E’ con tristezza che apprendo la notizia della morte del celebre documentarista australiano Steve Irwin, soprannominato “Mr. Crocodile”, il celebre cacciatore di coccodrilli protagonista di innumerevoli documentari spericolati. Le cause della morte, ancora incerte, parlano della puntura di una variante velenosa di razza nelle acque dell’Australia nordorientale.

Irwin, 44 anni, era un volto noto anche in Italia, i cui documentari tra coccodrilli e serpenti velenosi sono spesso trasmessi sulle televisioni (La7 o il canale satellitare Discovery Channel). Proprio mentre stava girando in mare uno dei suoi documentari, Irwin è stato colpito al torace dall’aculeo del pesce, un trigone, il cui veleno può provocare la paralisi dell’apparato circolatorio, di quello respiratorio, urinario e persino del sistema nervoso centrale.

Irwin era divenuto noto in tutto il mondo per una serie di programmi televisivi di argomento naturalistico dal titolo Crocodile Hunter, i cui temi favoriti erano la vita e le abitudini di coccodrilli e serpenti. In questi programmi Steve era spesso assistito dalla moglie Terri.

La carriera si Steve inizia già in tenera età, quando da bambino si trasferì con la famiglia nel Queensland, dove i genitori gestivano il piccolo Queensland Reptile and Fauna Park, nel quale Irwin crebbe in compagnia di serpenti e coccodrilli. Prestò si specializzò nel catturare gratis i coccodrilli dalle zone abitate con l’unico compenso di tenere i coccodrilli per il suo parco.

Nel 1991 prese direttamente la guida del parco, cambiandogli nome in Australia Zoo, e nel 1992 conobbe e sposò sua moglie Terri: il primo filmato della serie Crocodile Hunter fu proprio la luna di miele dei due, trascorsa tra i coccodrilli.

I suoi atteggiamenti spericolati e controversi di fronte agli animali vennero interpretati in modi diversi, e finirono per causare varie polemiche. Il 2 gennaio 2004 si fece riprendere mentre con una mano dava da mangiare a un coccodrillo del suo zoo e con l’altra teneva in braccio il figlio Bob, di appena un mese. Seguirono le proteste di animalisti e associazioni a tutela dei bambini, ma non ci furono inchieste ufficiali. Steve Irwin e sua moglie Terri si difesero sostenendo che non c’era mai stato un reale pericolo per il bambino.

Un’altra polemica ci fu nel giugno 2004 dopo un suo viaggio in Antartide per un documentario. Irwin fu accusato di aver molestato alcuni animali selvatici (balene, foche e pinguini). Anche stavolta però non ci furono inchieste in quanto il fatto non costituiva un reato né per le leggi australiane né per quelle internazionali. Irwin comunque produsse un documentario dal titolo Crocodiles & Controversy dove mostrava come non ci fosse stato alcun atteggiamento sbagliato né alcun pericolo, sia nel caso dell’Antartide, sia nel caso di suo figlio Bob.

Spettacolo, Cronaca e Società, Cultura1 September 2006 5:29 pm

Un film scomodo

In tempi di «equivicinanza» e tentativi di equiparare gruppi terroristici e partiti politici, arriva un’iniziativa della Fondazione Magna Carta che con la Summer School 2006 che si apre a Frascati domenica 3 settembre propone una serie di dibattiti e incontri lontani dalla political correctness.

Si annuncia una settimana - questa la durata della manifestazione - all’insegna del “parlar chiaro”. «Cultura è responsabilità, è saper assumere posizioni scomode, non partecipare a discussioni nel salotto buono», spiega Gaetano Quagliariello, presidente di Magna Carta. E nello scomodo va certamente annoverato il film Obsession: Radical Islam’s war against the West, proiettatato per la prima volta in Italia proprio durante l’appuntamento di Frascati. Un documentario acclamato al Worldfest di Houston, al Newport Beach Festival, vincitore del premio come miglior film al Liberty Festival, che però non riesce a trovare un distributore. Il film verrà proiettato da Magna Carta mercoledì 6 settembre, e si annuncia come un’occasione unica per vedere da vicino un’interpretazione nuda e cruda della cultura della Jihad islamica dei suoi esponenti. Fiamma Nirenstein e Alfredo Mantovano presenteranno il film insieme a Robert Wistricht, direttore del Centro internazionale di studi sull’antisemitismo di Gerusalemme. «Il film è una testimonianza sulla cultura dell’odio che si è sviluppata nell’Islam estremo - spiega la Nirenstein - e i temi ci sono proprio tutti: l’antioccidentalismo, l’antiamericanismo, l’antisemitismo e soprattutto la cultura della morte. Il fatto che noi amiamo la vita per loro è un segno di debolezza estrema, perchè l’Islam radicale dichiara di amare la morte. Secondo me, uno dei motivi dell’incapacità dell’Europa di combattere il terrorismo è proprio la mancanza di consapevolezza di quello che dicono i terroristi. Chi parla di integrazione di Hamas dovrebbe vedere questo film. Capirebbe che si tratta di illusioni autodistruttive. Vedere Obsession significa prendere contatto con una realtà paurosa, spiacevole, ma indispensabile da conoscere. C’è una perversione simile al nazismo».

Immagini scomode, si diceva, finora non hanno trovato un distributore, come ha rivelato il regista del film, Wayne Kopping (già autore di Relentless, un film sul fallimento degli accordi di pace di Oslo) durante lo show radiofonico di Rush Limbaugh. Quelle immagini scomode fanno paura, ma l’11 settembre prossimo saranno ugualmente proiettate a Los Angeles, Cleveland e Newport grazie all’inziativa di privati cittadini che hanno organizzato degli screenings.

Immagini e proiezioni che non mancheranno di suscitare plausi e polemiche, con al centro del dibattito - immancabile - l’Iran di Ahmadinejad, o meglio la «crescente minaccia iraniana» secondo le parole di Efraim Imbar, direttore del Begin-Sadat Center for Strategic Studies di Bar-Ilan in Israele.

Per chi volesse guardare in anteprima il film, è possibile trovarlo qui in versione integrale (in inglese, con sottotioli in francese).

Spettacolo, Cronaca e Società22 August 2006 6:05 pm

Venezia tra valorizzazione e ghettizzazione

Si preparano tempi duri per i festival cinematografici italiani. Dopo lo scontro tra la nuova rassegna romana e la più tradizionale veneziana, proprio la Biennale torna al centro di furiose polemiche dopo l’annuncio che dall’edizione 2007 sarà previsto uno speciale premio per la “cinematografia omosessuale”.

Dopo qualche anno di semi clandestinità, di proiezioni cittadine in parallelo e conferenze stampa in sale collaterali, le giornate di cinema omosessuale entreranno infatti ufficialmente a fare parte della Biennale. L’intesa è arrivata dopo una riunione tra Marco Muller, Daniel Casagrande, presidente di CinemArte, associazione che organizza le giornate di cinema omosessuale, e Franco Grillini, deputato e presidente onorario dell’Arcigay. Per Muller non si tratta altro che di una legittimazione della storica “apertura” della Mostra verso le tematiche gay. Il premio del prossimo anno servirà a sensibilizzare ancora di più i selezionatori dei titoli sui temi relativi alle differenze sessuali.

Critiche - numerose - piovono un po’ da ogni parte. Torino, città che per vent’anni ha ospitato la rassegna “Da Sodoma a Hollywood”, mostra preoccupazione proprio in termini di selezioni, registi e produttori. Duro anche Vittorio Sgarbi, assessore alla Cultura del comune di Milano, che ritiene che «istituire un premio per la cinematografia gay rappresenta una limitazione della libertà, anzi proprio la fine della libertà gay, considerata tipo ghetto». Niente di peggio che istituire «categorie che delimitano lo spirito attraverso confini sessuali. Sarebbe difficile immaginare un premio Saffo per la poesia, un Proust per il romanzo o un Leonardo per la pittura. Pasolini non sarebbe stato felice di essere premiato come cineasta gay e non perchè cineasta eccellente, e così, credo, Visconti».

I gay, dal canto loro, lamentano soprattutto l’eccessiva concorrenza: sono almeno sei le rassegne omosessuali già presenti in Italia, molte di più quelle nei cinque continenti.

Spettacolo, Cultura15 August 2006 10:03 am

Un rito quotidiano che diventa opera d'arte

«Guai alla macchina che confessa la fatica del proprio lavoro; anche nelle macchine come negli uomini noi apprezziamo l’ermeticità dell’organismo, l’abilità del lavoro, l’eleganza dello sforzo». Anno 1933, firmato Giò Ponti. E quale macchina dovrebbe meglio rispecchiare queste parole, se non quella che forse appartiene di più al nostro quotidiano, quella per il caffè espresso?

Sicuramente pochi sanno e forse solo qualcuno immagina che nei decenni, a disegnare questo strumento indispensabile per le nostre giornate siano stati chiamati grandi architetti, illustri progettisti, immortali designer come Giò Ponti, Enzo Mari, Marco Zanuso, i fratelli Castiglioni o Bruno Munari. Artisti capaci di creare marchingegni perfetti nella loro funzionalità e allo stesso tempo affascinanti nelle linee, che hanno seguito i gusti e il sentimento artistico di epoche tanto diverse.

Un’occasione per un viaggio in questo mondo affascinante la offre il come sempre estroso Orlando Chiari che, approfittando delle giornate di chiusura dello Zucca, lo storico bar della Galleria Vittorio Emanuele di Milano, caro a Verdi e Toscanini di ritorno dalla Scala, a Dudovich e a Carrà che vi facevano le ore piccole e da Boccioni che lo ritrasse nella “Rissa in Galleria”, espone in vetrina degli autentici gioielli.

Esemplari fra i più belli, recuperati e resi veri e propri pezzi da museo dalla passione del giovane collezionista Enrico Maltoni che al caffè espresso, il rito quotidiano più amato dagli italiani, ha dedicato una mostra itinerante, un sito Internet, un libro (Espresso made in Italy 1901-1962: sessant’anni di storia delle macchine espresso in Italia).

Oltre cento esemplari per un viaggio nella storia della preziosa bevanda più amata dagli italiani, che danno vita ad una mostra itinerante di introvabili esemplari dal 1901 ai nostri giorni. Sedici anni di passione, restauri, ricerche storiche, filologiche e documentaristiche che hanno permesso a Maltoni di raccogliere e catalogare oltre 3500 documenti. Foto, brevetti, lettere, cataloghi, poster d’epoca ospitati ad Ospedaletto di Bertinoro (Forlì) in via Cellaimo al civico 2511.

E quattro di questi gioielli sono ora ben esposti allo Zucca in Galleria: una Pavoni 1905, una Snider 1920, una Rancilio 1930 e una Cimbali 1956. Gran dame argentate che raccontano una storia nata con l’ingegnere milanese Luigi Bezzera che nel 1901 brevettò un sofisticato modello cilindrico detto “a colonna” per preparare l’espresso con acqua e vapore. Sarà poi la volta della storica casa costruttrice Rancilio, fondata nel 1927 da Roberto Rancilio, a realizzare negli anni ‘30 il modello “a colonna ottagonale” in perfetto stile Art-Déco, oggi molto ambita dai collezionisti.

Nel secondo dopoguerra Gaggia, con la Classica 1948, sostituisce il modello “a colonna” con il funzionamento “a pistone”, e la bevanda che prima sapeva d’amaro e di bruciato diventa la moderna “crema caffé”. Evoluzione stilistica e qualitativa della preparazione che dura da più di un secolo. Marchi celebri come Rancilio, La Pavoni, Cimbali, Gaggia, Faema, Victoria Arduino, sviluppano modelli rivoluzionari e d’estrema eleganza in materiali preziosi come bronzo, ottone, smalti ed elementi decorativi cesellati a mano. Tanto pregiati da trasformare la macchina da caffè in vera arte Made in Italy.

Nell’immagine: Kirchner Karsten, Caffé del mattino

Spettacolo, Tra il serio e il faceto6 August 2006 2:08 pm

Dopo i misteri di Dan Brown, quelli di Cesara (Buonamici)

Che molto spesso un tormentone non è altro che un tormento molto grosso, lo sapevo. Che è l’estate la stagione in cui i tormentoni spuntano come funghi sotto gli ombrelloni, anche. E che ogni tormentone, passata la buriana, svanisce come non fosse mai esistito, pure. Ma che il tormentone dell’estate 2006, il dubbio amletico degli italiani già impegnati con i misteri del Codice da Vinci, fosse l’occhio destro della Buonamici, questo, lo ammetto, non me lo aspettavo. Né mi aspettavo di ricevere una e-mail, che chiedeva lumi, a me, come fossi - e non lo sono - un frequentatore delle cene di casa Buonamici, tra prefetti e capi di Stato maggiore. Ma, perché non si dica che questo blog è culturalmente snob e considerato che la cosa aveva incuriosito anche me (lo confesso e me ne pento) tanto da saperne la ragione, ne faccio un post, non foss’altro che per rimpolpare la scarna sezione dedicata al faceto.

Cesara Buonamici, conduttrice dell’edizione serale del TG5 e una delle poche superstiti tra le mezzebuste italiane, già famosa per il suo look, comprensivo di collane tigrate e chioma vaporosa, da qualche mese interroga l’attento telespettatore italiano con un’inedita mezza paralisi facciale, che - senza entrare in particolari - le deforma l’occhio destro in maniera più che evidente.

Tra le ipotesi più gettonate e maliziose stavano un auto-botox finito male, modello Lecciso bionda, o un lifting da KO. Ma a dipanare la matassa estiva e a rassicurare i telespettatori in avanzata fase di insonnia ansiosa, è scesa in campo la stessa protagonista, che ha affidato ad un comunicato stampa la verità: nevralgia del trigemino, con conseguente assunzione di anestetici, che le hanno bloccato temporaneamente la faccia.

«Ringrazio di cuore tutti coloro che si sono preoccupati per me», ha dichiarato la telegiornalista al TgCom, «ma davvero non c’è motivo per cui stare in ansia. Prevedo di tornare in forma in breve tempo». Per poter condurre il TG5, la signora Buonamici, facendo invidia allo Stakanov di staliniana memoria, si è pertanto dovuta imbottire di anestetico ed è apparsa in TV meno ruspante del solito.

La sindrome del trigemino è considerata una delle malattie più dolorose che esistano, ed è significativamente denominata tic douloureux. Per gli interessati, sappiasi che colpisce il quinto nervo cranico (il trigemino, appunto) e causa episodi di dolore intenso e bruciante nelle aree della faccia dove si irradia il nervo. Il malanno è più frequente dopo i 40 anni di età e si acuisce con i cambi di stagione.

Si tranquillizzino quindi i fan e chi già la vedeva con la bandana all’occhio e un pappagallo sulla spalla. Questione di tempo. O almeno questa è la versione ufficiale. E il mistero da ombrellone si infittisce.

Spettacolo, Letteratura e libri 1:50 pm

Regione per regione, le location cinematografiche

Fino ad oggi le principali opere di documentazione cinematografica erano costituite dai “dizionari del cinema”, con lo scopo di fornire rapidamente informazioni su un film e sulle principali correnti cinematografiche, dal cinema muto delle origini al Neorealismo e oltre. Come molte altre opere cartacee dello stesso genere, enciclopedie ed atlanti per esempio, anche questi dizionari sono stati superati in corsa dalla Rete, dove sono accessibili gratuitamente archivi di dati estremamente completi e molto spesso più che validi. Appare quindi ovvio come oggi sia l’originalità della singola opera a dare il valore aggiunto ad un archivio cartaceo.

Un approccio certamente interessante, e finora inedito in Italia, è quello proposto da Giuseppe Papasso nel “Dizionario del cinema” della Spot Italia, in cui i film sono per la prima volta catalogati in base alle regioni d’Italia in cui sono ambientati o furono girati. Un’opera che, in tempo di vacanze, va al di là delle “mappe delle ville dei vip” americane, e si configura come una vera e propria - e ben più interessante - guida turistica del cinema italiano.

Per ogni film - dal muto ad oggi, ma anche produzioni per la TV e fiction, documentari e cinegiornali - l’autore riporta infatti, oltre alle classiche scheda tecnica e trama, anche le note di regia, la critica e soprattutto le location, divise per regioni. Presenti anche biografie dei personaggi legati alla regione trattata, attori, registi, sceneggiatori, direttori della fotografia, operatori, costumisti, produttori, musicisti, ecc. L’appendice ricostruisce in modo approfondito ed argomentato la cronologia, la storia delle sale cinematografiche italiane, le leggi regionali sul cinema e tante curiosità.

Giuseppe Papasso, documentarista e autore di saggi e volumi monografici, è personaggio ben noto nell’ambiente cinematografico italiano. Inizia la sua attività come regista di spot pubblicitari, fino all’esordio nel 1987 con il documentario “Berlino: il muro della vergogna”. Realizza poi per la RAI programmi sul cinema: ha curato, tra l’altro, “Film & Stelle” con Anita Ekberg, Gina Lollobrigida, Claudia Cardinale, Stefania Sandrelli e Marisa Allasio.

L’opera comprende 11 volumi, ognuno dedicato ad una/due regioni. Ad oggi sono stati pubblicati i primi due (Calabria e Puglia/Basilicata), e sta per uscire il terzo, dedicato alla Campania. Non solo carta, però: i volumi contengono infatti anche CD-ROM con foto dai set e locandine.

Una guida alla ricerca della celluloide d’Italia, una mappa del cinema italiano che valorizza soprattuto il rapporto tra cinema, territorio e storia d’Italia, molto spesso sottovalutato, e che certamente non mancherà di attirare l’attenzione di tutti coloro che si interessano veramente di cinema.

Spettacolo, Cronaca e Società, Cultura29 July 2006 10:05 am

Polemiche per gli scatti che fanno piangere i bambini

Il suo intento era quello di rappresentare, attraverso immagini di bambini che piangono, urlano e si disperano, la rabbia e il tormento che dà il trovarsi di fronte all’attuale situazione politica e sociale e sentirsi impotenti. Ma ora la mostra «End Times» della fotografa canadese Jill Greenberg, organizzata presso la galleria Paul Kopeikin di Los Angeles, si trova al centro di un acceso dibattito che per i toni e le proporzioni che ha assunto ha finito con il coinvolgere alcune fra le più autorevoli testate di lingua anglosassone come il «New York Times», il «Sydney Morning Herald» e il «Los Angeles Times».

Per quegli scatti, che ritraggono piccoli volti in lacrime, l’artista, che nella sua carriera vanta clienti dello stampo di Microsoft, Dreamworks, Sony Pictures, Pepsi, Coca Cola, Paramount, Disney e MTV, è stata accusata da più parti di violenza su minori e di crudeltà, ed è stata paragonata per le sue azioni a Michael Jackson e a Hitler.

Al di là di azzardati accostamenti, per realizzare i primi piani la Greenberg ha applicato la stessa tecnica che si usa in pubblicità o nel cinema: dare in mano al bambino un leccalecca e poi levarglielo, il tutto sempre e costantemente sotto lo sguardo vigile dei genitori dei piccoli ed inconsapevoli modelli. Il tutto passa poi in digitale, per gli aggiustamenti del caso. Tecnica certamente poco “gentile”, ma che appare comunque ben lontana dalla “violenza su minori” che si imputa alla Greenberg.

Esagerazioni a parte, sono in molti ora a domandarsi se sia etico suscitare emozioni negative nei bambini per raggiungere l’effetto desiderato, anche nel caso si tratti di dar forma ad un’idea artistica. D’altra parte, nessuno si è mai chiesto, ad esempio, se i piccoli protagonisti dei “teneri” scatti di un altra famosa fotografa, Anne Geddes, siano felici oppure disorientati e spaventati nel ritrovarsi loro malgrado nei panni di coccinelle, conigli o cagnolini, infilati in vasi con un cappello a forma di peperone, girasole o cactus calzato sulla testa, o messi a dormire in strane posizioni e infilati in una zucca. Per non parlare di molti piccoli protagonisti di pubblicità divenute famose.

Volontà di porre dei limiti all’arte, reazioni alle provocazioni artistiche della Greenberg o veri crucci etici? Alla sensibilità di ognuno e ai posteri - bambini cresciuti - l’ardua sentenza.

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