Letteratura e libri, Cronaca e Società, Cultura, Politica3 October 2006 3:22 pm

Guerra, integrazione, intolleranza e l'arma del dubbio

Una guerra mondiale in corso, certamente una guerra anomala, forse una guerra non dichiarata, ma comunque una guerra. Un conflitto fatto con le bombe, la propaganda, i film, i libri, la musica.

Una guerra motivata non solo dalle religioni o dal petrolio, ma anche dalla volontà di controllare il corpo femminile. E’ lo stesso corpo delle donne il campo di battaglia. Una tesi inconsueta, ben espressa da Adriano Sofri nella prefazione del libro Non sottomessa di Ayaan Hirsi Ali: «Che il corpo delle donne sia il campo di battaglia e insieme la posta del famoso scontro di civiltà sembrava fino a qualche tempo fa un’idea balzana, o provocatoria: ora è quasi un’ovvietà. Ci siamo accorti che anche gli ultimi, quelli che non avevano da perdere che le loro catene, hanno da perdere almeno le loro donne. Quel che più conta, se ne sono accorti loro, gli ultimi: da quando le distanze si sono così accorciate da renderli spettatori di un mondo in cui le donne diventano padrone di sé». O forse nessuno l’ha espresso meglio di Hina Saleem, la pakistana di Brescia, e di migliaia di sue consorelle sconosciute.

Una guerra che conta migliaia di vittime, dalle donne sconosciute fucilate negli stadi o lapidate per la strada, ai morti illustri d’Occidente, primo fra tutti Theo Van Gogh, regista di quel Submission reo di mostrare una donna musulmana malmenata, sul cui corpo scorrevano sure coraniche: dieci minuti intollerabili per gli intolleranti. Ucciso, sgozzato, il 2 novembre 2004, dal ventiseienne (olandese integrato-integralista) Mohammed Bouyeri. L’idea dell’Olanda patria della tolleranza che tramonta, sotto il peso del passato (il primo politico assassinato con arma da fuoco fu olandese, nel 1584, per non ricordare Anna Frank e le migliaia di deportati), e soprattutto dal futuro. Un olandese su 16 è musulmano, nel 2020 le attuali minoranze saranno maggioranza ad Amsterdam, l’Aja, Rotterdam e Utrecht.

Ian Buruma, storico di nascita olandese ma a New York da trent’anni, saggista di fama internazionale (Occidentalismo - L’Occidente agli occhi dei suoi nemici, Il prezzo della colpa), si occupa del caso-simbolo di Van Gogh nel suo Murder in Amsterdam. The Death of Theo van Gogh and the Limits of Tolerance (Omicidio a Amsterdam. La morte di Theo Van Gogh e i limiti della tolleranza), in uscita negli Stati Uniti e a breve in Inghilterra, che già suscita schiere di avversari ed elogiatori: i primi lo accusano di mollezza e snobismo, i secondi lo lodano per lo sforzo di verificare sul campo i limiti del multiculturalismo, lontano dagli “alti ideali” dell’utopia dell’integrazione e dalla demagogia, ben più vivo, quotidiano, reale.

Buruma raccoglie le ironie contro «la Chiesa della sinistra», il collasso delle ideologie, anche se in questioni cruciali come queste saltano gli stereotipi di destra e sinistra. La sinistra accoglie, in nome del multiculturalismo? Hirsi Ali, accolta e integrata, lo considera un delitto. La destra è ostile agli immigrati? Semplicemente perché stranieri o perché latori di violenza e intolleranza? Al di là dei revisionismi, dei distinguo, dei “se” e dei “ma”, delle posizioni di comodo, lo scetticismo beninformato di Ian Buruma ha il pregio di fornirci l’unica arma che può fare la differenza in questa guerra: il dubbio.

Spettacolo, Cronaca e Società, Cultura28 September 2006 10:55 am

Mozart censurato: «Offende l'Islam»

Ha a dir poco dell’incredibile la scelta della «Deutsche Oper» di Berlino di togliere dal cartellone Idomeneo, re di Creta di Wolfgang Amadeus Mozart, per la scena in cui si esibisce la testa mozzata di Maometto, peraltro insieme a quella del Cristo.

Scelta motivata da un moto di ribellione cristiano? Certo che no, e ad affiancare la guerra preventiva arriva la paura preventiva: il timore era quello di irritare la sin troppo frequente suscettibilità islamica.

Duro il commento del cancelliere tedesco Angela Merkel. «L’autocensura dettata dalla paura non è accettabile. Dobbiamo fare attenzione a non indietreggiare sempre di più davanti alla paura di fondamentalisti violenti», ha avvertito. La vicenda è finita in prima pagina sui giornali tedeschi, che pressochè all’unanimità condannano la decisione della soprintendente Kirsten Harms, l’autrice del “vil rifiuto”.

Divisione invece nella compagine di quella che si è temuto potesse divenire la parte lesa. Il presidente delle comunità turche in Germania, Kenan Kolat, ha parlato di decisione «scandalosa» che «sottomette l’arte alla religione come avveniva nel Medio Evo». Di avviso opposto si è dichiarato invece il segretario generale delle comunità islamiche, Ali Kizilkaya, il quale ha spiegato che per «motivi di sensibilità» nei riguardi dei musulmani lo spettacolo non sarebbe mai dovuto andare in scena.

Se la sovrintendente teatrale che ha azzerato Mozart soffra di attacchi isterici o se la sia fatta sotto, per citare alcuni prosaici commenti di cui l’hanno gratificata in patria, non è dato saperlo. Quello che appare invece certo è che, per non urtare la sensibilità dei fanatici, ormai ogni pretesto è buono per fare un passo indietro, rinununciando a un pezzo dopo l’altro di libertà di espressione, di parola, di cultura, di arte, di idee. A quando la soppressione della Butterfly, nel timore di offendere il nipponico amor proprio? Di Mozart ci rimane il Requiem: teniamocelo stretto, ci servirà.

Cronaca e Società26 September 2006 4:12 pm

Scomunica latae sententiae per Milingo e quattro vescovi sposati

Si avvia (forse e finalmente) al termine l’annosa vicenda di Monsignor Emmanuel Milingo, già assurto agli altari della cronaca per essersi sposato secondo il rito di una setta e autore di vari “fughe” da conventi e chiese, l’ultima da Zagarolo, nei pressi di Roma, dove viveva e celebrava messa. In queste ore il Vaticano ha annunciato di aver iniziato la procedura di scomunica per Milingo a causa della «condizione di irregolarità e di progressiva aperta rottura della comunione con la Chiesa».

L’ultima sfida di Milingo alla gerarchia ecclesiastica è stata l’ordinazione di quattro vescovi sposati, come lui facenti parte di quella che la Chiesa definisce come «una nuova associazione di sacerdoti coniugati» che sta seminando «divisione e sconcerto tra i fedeli». Nella nota della Santa Sede si legge come, insieme ai quattro neo-vescovi «è incorso nella scomunica latae sententiae prevista dal Canone 1382 del Codice di diritto canonico».

L’ordinazione della discordia è avvenuta ieri a New York, dove Milingo ha ordinato quattro nuovi “vescovi sposati”, appartenenenti al movimento «Married Priests Now» fondato negli Usa nel luglio di quest’anno dallo stesso arcivescovo.

Se in passato il caso-Milingo era legato alle cosiddette “messe di guarigione”, agli esorcismi di forte impronta africana ma che avevano trovato un forte consenso anche in Italia, dopo il matrimonio contratto con Maria Sung, avvenuto nell’alveo della setta del reverendo Moon, Milingo torna ora all’attacco entrando in diretta collisione con il Vaticano e rompendo in modo esplicito la regola del celibato, mentre proprio questa norma è oggi al centro di numerosi e accesi dibattiti.

Spettacolo, Letteratura e libri, Cronaca e Società, Politica 11:49 am

Siamo in guerra! Voi ci state?

George Bush afferma che gli americani pregano per lui, mentre l’America del suo “terzo risveglio” di religiosità assomiglia sempre più ad una democrazia teocratica. Eppure, nella stessa America, Jesus Camp, documentario che racconta la realtà dei campeggi estivi per bambini evangelici, diventa un affare da milioni di dollari, insieme al libro Lettera ad una nazione cristiana, la terza pubblicazione più venduta in Internet.

Un tam-tam che dalla proiezione al Tribeca Festival fino all’uscita nelle sale, ha condotto il documentario di Heidi Ewing e Rachel Grady al centro di una discussione sulle pulsioni ultrareligiose dell’amministrazione Bush: il film descrive, infatti, la storia di tre bambini, seguiti durante la loro vacanza di “addestramento religioso” al campeggio “Kids on Fire” di Devils Lake, in North Dakota, tra attività ricreative che spaziano da sessioni di preghiera davanti a un’immagine del presidente degli Stati Uniti per la fine della pratica abortiva a veri e propri indottrinamenti: durante il film, la religiosa evangelica Becky Fischer, fondatrice del campo, chiede gridando ai suoi allievi in tuta mimetica: «Siamo in guerra! Voi ci state?». Un lavaggio del cervello da far invidia alle madrasse islamiche.

Aperte le porte di un mondo nascosto agli occhi dei più, le polemiche non si sono fatte attendere. E allora, alimentate da un fitto passaparola su Internet, le voci su Jesus Camp montano e ne fanno un vero e proprio caso, che scatena le furie del reverendo evangelico Haggard, capo spirituale di 30 milioni di fedeli, che sferra il suo attacco contro il documentario: «E’ propaganda dell’estrema sinistra, che demonizza gli evangelici».

Ad gettare benzina sul fuoco arriva ora anche Lettera ad una nazione cristiana, e parallelamente all’uscita del documentario scoppia anche un caso editoriale. Il pamphlet di Sam Harris, si pone l’obiettivo di «armare tutti gli americani ragionevoli» di argomenti potenti per combattere la destra teo-con, i neoconservatori Usa di forte impronta religiosa.

«Il presidente degli Stati Uniti ha più volte affermato di essere in dialogo con Dio - scrive Harris nel suo libro - Se avesse detto che parla con Dio attraverso un asciugacapelli, sarebbe un’affermazione da emergenza nazionale. Io non vedo come l’aggiunta di un asciugacapelli renda la sua affermazione più grottesca o offensiva».

Dopo un’uscita in sordina, rimbalzando sul web di sito in blog, quello di Harris è diventato in poche ore il terzo libro anti-Bush più venduto su Amazon.com, preceduto solo dal libro del presidente Hugo Chavez e da La più grande storia mai raccontata: declino e caduta della verità dall’11 settembre a Katrina del famoso opinionista del New York Times Frank Rich. Il nuovo sogno americano (anti-Bush).

Cronaca e Società, Cultura, Politica25 September 2006 9:23 am

I libri fanno bene all'economia (e chi li legge). Parola di esperti.

Esiste un nesso tra la scarsa propensione degli italiani a leggere libri e l’andamento a dir poco anemico del nostro Pil? Gli editori - forse con una punta di malizia - sono convinti di sì e, dati economici alla mano, propongono al governo una campagna nazionale per la promozione della lettura.

Il quadro che emerge dal Libro bianco dell’Aie (Associazione Italiana Editori) è decisamente scoraggiante. Nel 2005 il 57,7% degli italiani sopra i sei anni non ha letto neppure un libro; un altro 20% ha letto solo da uno a tre libri. I lettori definiti “fortissimi”, che leggono 20 o più libri all’anno, sono scesi al 9%. E anche il divario tra Nord e Sud si è accentuato negli anni: nel Meridione solo il 30% ha letto almeno un libro nel 2005, contro il 50,4% del Nord.

Il paragone con gli altri Paesi europei è allarmante, ed è qui che entra in gioco il Pil. In termini di libri letti e di spesa pro-capite per acquistarli, l’Italia è terz’ultima, seguita solo da Grecia e Portogallo. Una ricerca economica ha messo in luce, regione per regione, un’impressionate parallelismo tra numero di libri letti e rispettivo contributo all’economia nazionale: se la Calabria, ad esempio, avesse avuto negli anni Settanta il tasso di lettura della Liguria, oggi avrebbe una produttività di 50 punti più alta.

Finora, l’idea di una campagna nazionale per la lettura ha raccolto il plauso del presidente di Confindustria, Luca di Montezemolo, mentre Fabio Mussi, ministro per la Ricerca, si è impegnato a caldeggiare la proposta in Consiglio dei ministri. Il governo, da parte sua, ha sta progettando un primo abbozzo di campagna promozionale in televisione.

Tra il serio e il faceto, Cronaca e Società, Cultura23 September 2006 12:33 pm

...dello scrittore.

Uno scrittore affermato guadagna 17,5 euro l’ora, un idraulico 166,6. E’ quanto emerge dalla comparazione fra due mestieri fatta da Caterina Soffici per il «Giornale». Si arriva infatti al magro mensile di 1.540 euro per lo scrittore e a quello di 14.660 euro dell’idraulico: differenze di reddito che inevitabilmente producono differenze di civiltà.

Insomma, scrittori best seller eslusi, la categoria se la passa maluccio. La Soffici ritiene così di spiegare perché «l’idraulico ha la casa al mare, viaggia minimo in SUV e fa le vacanze ai tropici mentre lo scrittore affermato no».

Ma il dubbio rimane: perché tutti vogliono fare gli scrittori e non si trova mai un idraulico? Domanda ingenua, se prima di porsela non si pensa a dove mettono le mani gli uni e a dove le mettono gli altri.
Anche se poi, in fin dei conti, quello che si tocca è lo stesso.

Cronaca e Società, Cultura, Politica17 September 2006 5:22 pm

Abusivismo e incuria minacciano i luoghi simbolo del Belpaese

Case costruite su terreni vincolati, in aree catalogate come patrimonio dell’umanità, che fanno del marchio Unesco un valore aggiunto sul mercato dell’abusivismo. Senza vergogna.

Estate da incubo per i siti del nostro Paese. Dai centri storici snaturati dal turismo di massa come San Gimignano, che ad agosto ha registrato un tale incremento di presenze “mordi e fuggi” da far temere per la sopravvivenza del borgo stesso, alle 42 villette con piscina pronte ad essere edificate a Corniglia, nelle Cinque Terre, in quel fragile lembo di Liguria ancora immune (o quasi) dagli sfregi del cemento, l’intera lista italiana dei 41 siti che vantano il marchio di patrimonio dell’umanità gode di cattiva salute. L’ultima minaccia ha luogo a Matera, dove Legambiente ha denunciato la costruzione di un parcheggio sotto i Sassi, inseriti nella lista Unesco nel 1993, recuperati, restaurati, ora di nuovo in pericolo.

Ci sono poi luoghi che potrebbero essere espulsi dalle liste del patrimonio mondiale, come Lipari, dove tuttora non è risolta l’annosa questione delle cave di pomice, o l’area delle Ville Palladiane, se verrà approvato il progetto di un’autostrada che dovrebbe tagliare in due tutta la zona, e quindi distruggere giardini e paesaggi. La perdita del “marchio Unesco” non è cosa da poco, se si pensa che poter scrivere su un depliant che quel borgo, quel castello, quel centro storico, quell’isola fanno parte del world heritage, fa aumentare del 30% i flussi turistici.

Cementificazione bipartisan, se è vero che si percepiscono ora gli effetti del condono approvato dal governo Berlusconi, e sindaci di tutti i colori politici (come il sindaco Ds di Monticchiello) promuovono e difendono le deturpazioni (nel caso del paesino toscano, un nuovo insediamento abitativo di 95 villette già in costruzione alle porte del minuscolo borgo di 150 abitanti, vendute con la segnalazione che si tratta di appartamenti che “sorgono in una zona definita patrimonio dell’umanità”. E la deturpazione diventa un vanto!).

«Il marchio dell’Unesco - spiega Giovanni Puglisi, presidente della commissione italiana per l’Unesco - ha una forte valenza culturale e simbolica, e la commissione può decidere di espellere dalla lista i siti non adeguatamente tutelati, ma sugli abusi devono intervenire le soprintendenze e le procure della Repubblica, e ci vogliono sanzioni forti». Intanto tra e sopra le vestigia dell’umanità spuntano residence, alberghi, casette a schiera, campi da tennis. Colate di cemento a coprire la nostra storia.

Letteratura e libri, Cronaca e Società15 September 2006 9:51 am

Il suo Alieno ha vinto.

“L’idea di morire non mi fa paura. Glielo confesso con serenità: al posto della paura io sento una specie di malinconia, una specie di dispiacere che offusca il mio senso dell’umorismo. Mi dispiace morire, sì. E non dimentico mai ciò che Anna Magnani mi disse tanti anni fa. «Oriana mia! Non è giusto morire, visto che siamo nati!» Non dimentico nemmeno che quell’ingiustizia è toccata a miliardi e miliardi di esseri umani prima di me, che toccherà a miliardi e miliardi di esseri umani dopo di me. Però mi dispiace lo stesso. Amo troppo la Vita, mi spiego? Sono troppo convinta che la Vita sia bella anche quando è brutta, che nascere sia il miracolo dei miracoli, vivere il regalo dei regali. Anche se si tratta d’un regalo molto difficile, molto faticoso. A volte, doloroso. E con la stessa passione odio la Morte. La odio più d’una persona da odiare, e verso chi ne ha il culto provo profondo disprezzo. Il fatto è che pur conoscendola bene, la Morte non la capisco. Capisco soltanto che fa parte della Vita, e che senza lo spreco che chiamo Morte non ci sarebbe la Vita.”
[Oriana Fallaci intervista sé stessa, di Oriana Fallaci]

La scrittrice e giornalista si è spenta la notte scorsa in un ospedale di Firenze. Aveva 77 anni. Da molti anni lottava contro un cancro da lei definiva L’Alieno. La scrittrice era ricoverata già da qualche giorno in un ospedale fiorentino dove, secondo sue precise disposizioni, la degenza è avvenuta nel più stretto riserbo. Alle sue esequie della Fallaci, per sua espressa volontà, parteciperanno solo la sorella con i nipoti.

Scrittrice controversa, mai politically correct, sempre schietta, la si amava o la sia odiava. Molte le polemiche e i dibattiti sollevati dai suoi libri e articoli pubblicati dopo gli attentati dell’11 settembre, in “difesa della cultura occidentale”, una posizione di netta contrapposizione al fondamentalismo islamico. Per tutta la vita aveva espresso opinioni anticlericali, ma negli ultimi anni si è avvicinata al Cattolicesimo, fino a dichiarare pubblicamente la sua ammirazione verso Benedetto XVI. Il 27 agosto del 2005 il Papa l’aveva ricevuta a Castel Gandolfo in udienza privata.

Nel marzo dello scorso anno, era stata promossa una raccolta firme per chiedere al Presidente della Repubblica di conferire alla Fallaci il titolo di senatore a vita. L’appello era stato sottoscritto da oltre 75.000 persone.

Lunga e avventurosa la vita di Oriana Fallaci. Ma è rimasto immutato in tutti gli anni di viaggi e di permanenza all’estero il suo amore per la Toscana. Una donna dura, combattiva e contrastata, che amava la sua Firenze di un amore sconfinato. Voleva morire a Firenze. Così è stato.

Letteratura e libri, Cronaca e Società, Politica13 September 2006 5:32 pm

Economia e morte

All’ombra della Grande Muraglia c’è un grande Paese in grado di stupire, che si dimena per conquistare il posto che gli spetta sulla scena internazionale. Ma dietro quello stesso muro ci sono uomini ridotti a schiavi, il divieto quotidiano al diritto di pensare liberamente e 10mila esecuzioni l’anno, lugubre primato mondiale. È con queste basi che la Cina sta per compiere, per dirla come Mao Tse-tung, «il grande balzo in avanti»: milioni di prigionieri-schiavi, per criminalità o molto più spesso per dissenso politico, rinchiusi nei laogai, un nuovo nome per i campi di concentramento nazisti e i gulag sovietici.

Di certe cose si sa poco, soprattutto in una Cina che “soffre” di frequenti black-out dell’informazione, anche telematica. Ora, però, una piccola casa editrice di Napoli, L’Ancora, sta per pubblicare un libro che rivela, fin nei minimi e macabri particolari, l’esistenza di questo esercito di non-persone. L’autore è Hongda Harry Wu, un cinese che ha vissuto ben diciannove anni in un laogai e ne conosce sin troppo bene i perversi meccanismi. Ora risiede negli Usa, non prima però di essere riuscito a tornare nel Paese natale e ad aggiungere informazioni di prima mano a quelle personalmente - e dolorosamente - raccolte.

Wu scrive di essere certo di una cosa: attualmente in Cina esistono almeno mille campi di lavoro, estremamente attivi nel sostenere l’economia nazionale. Se in Germania i campi avevano come finalità l’eliminazione fisica del Nemico (ebrei in primis, ma anche zingari, latini e dissidenti politici), se nell’Unione Sovietica i gulag servivano a rinchiudere i nemici della Rivoluzione, i laogai cinesi fanno di più, assommando queste due finalità a quella di produrre beni a costi che in certi casi sono del 70 per cento inferiori a quelli, già drammaticamente bassi, della manodopera locale. In un’ottica economica la morte è un “effetto collaterale” cui ci hanno tristemente abituato.

Lo finalità per chi viene reso schiavo senza appello è quello di una “rieducazione”, che generalmente si protrae fino alla morte in quanto il lavoratore-schiavo fa troppo comodo al sistema. I campi cinesi sono strutturati secondo tre distinzioni: il laogai, cioè il lavoro correzionale penitenziario, il laojiao ovvero la rieducazione attraverso il lavoro, e il jiuye ossia la destinazione professionale obbligatoria.

Dopo la riforma di Deng, l’accettazione di questo sistema di sfruttamento ha in un certo senso modernizzato i laogai, rendendoli più efficienti. Deng ha introdotto una “devolution della barbarie”, decretando che ogni distaccamento diventasse responsabile delle perdite e dei profitti. È la polizia ad organizzare lo smistamento in aziende-paravento, miniere e così via.

La domanda non è se questa relatà esista, ma quanto estesa sia. Hongda Harry Wu scrive che «la stima più prudente comprende trenta, quaranta milioni di persone arrestate e condannate in 40 anni», e oggi il numero totale dovrebbe aggirarsi tra i quattro e i sei milioni.

Molti dei prodotti esportati in Occidente escono da questi campi. Wu cita il vino Dynasty, frutto di una joint venture franco-cinese a Tianjin. Oppure il tè nero Yingten, prodotto dal campo di riforma provinciale numero 7 di Xinsheng. La ditta francese Remy Martin fece autocritica nel 1990: sì, sapeva dell’esistenza del lavoro forzato nelle vigne, e aggiunse che i cinesi nell’86 fecero un passo indietro forse perché avevano trovato «una miglior fonte di lavoro».

Hongda Harry Wu, LAOGAI
Ed. L’Ancora, 2006
Prezzo di copertina: € 13,50

Letteratura e libri, Cronaca e Società, Cultura11 September 2006 9:52 am

Le avventure di Corto Maltese al complesso del Vittoriano

Avventura, poesia, viaggi, lo spirito della letteratura sono da sempre gli elementi fondativi delle strisce di Hugo Pratt, che attraverso il suo mitico personaggio Corto Maltese è riuscito ad incarnare profondamente lo spirito del fumetto. Ora alle sua opere Roma dedica una mostra dal titolo «Corto Maltese – Letteratura disegnata».

Nella sala centrale del Complesso del Vittoriano il giornalista Vincenzo Mollica e Patrizia Zanotti hanno raccolto oltre 170 opere che conducono il visitatore nel mondo di Pratt e del suo personaggio simbolo: acquarelli, disegni a china e a pastelli, appunti e tracce di storie mai compiute, dialoghi e schizzi. Ma soprattutto tanto materiale inedito.

Corto Maltese è in fondo Pratt. Il Pratt che a quattordici anni indossa la divisa della polizia coloniale in Abissinia; il Pratt che a diciotto fonda la prima rivista di fumetti a Venezia con un gruppo di amici; il Pratt che vaga per l’America Latina.

Divisa in sette sezioni, la mostra ripercorre i grandi temi della “letteratura” di Pratt: il mare, simbolo del viaggio per eccellenza, le donne, dal fascino esotico, l’amicizia e la magia, l’avventura e la letteratura, gli addii.

Corto Maltese – Letteratura disegnata
Complesso del Vittoriano, Fori Imperiali (Roma) - dal 10 settembre al 15 ottobre
Ingresso: dai 4 ai 6 euro

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