Parole parole8 September 2006 3:53 pm

A New York, cena «al fresco» con vermicelli

La parola italiana oggi più nota fuori d’Italia è certamente pizza. Pensare che sulla sua fortuna planetaria nessuno in passato ci avrebbe giurato. Ricordo che sul finire dell’Ottocento il suo trapianto fuori le mura fu un fallimento. Scriveva Matilde Serao (M. Serao-E. Scarfoglio, Napoli d’allora, Longanesi, 1976, p. 119: il testo è del 1884): «Un giorno, un industriale napoletano ebbe un’idea. Sapendo che la pizza è una delle adorazioni cucinarie napoletane, sapendo che la colonia napoletana in Roma è larghissima, pensò di aprire una pizzeria a Roma […]. Sulle prime la folla vi accorse, poi andò scemando. La pizza, tolta al suo ambiente napoletano, pareva una stonatura e rappresentava una indigestione, il suo astro impallidì e tramontò in Roma; pianta esotica, morì in questa solennità romana».

A parte la pizza, l’italiano ha esportato molte parole, e ancora ne esporta nel campo della gastronomia. Diffuso dappertutto è salmì (da salami), e così panettone, vermicelli, maccheroni, spaghetti. In America, e non solo, sono tantissimi gli italianismi gastronomici: mozzarella, rigatoni, prosciutto, lasagne, ricotta, risotto. Dal dopoguerra vulgatissimi sono espresso e cappuccino; la lingua inglese ha adottato agnolotti, bruschetta, calzoni, cannoli, carpaccio, cassata, fusilli, osso buco, parmigiano, penne, pesto, tortellini, e l’espresso lo si chiede anche lungo o macchiato.

Già nell’Ottocento il mondo anglosassone aveva accolto gnocchi, grissino, lasagne (in francese lasagne è attestato dalla metà sec. XVI), minestrone, ravioli, stracchino, tagliatelle, zabaione. Sin dall’Ottocento è diffuso in Francia macaroni (1883; poi in senso spregiativo). Nel secolo scorso, dagli anni Novanta, tiramisù è diventato il dolce più popolare in Giappone. In Europa sono moltissimi i nomi italiani di gelaterie, pizzerie, ristoranti.

A Madrid sono tanti gli italianismi nelle insegne: oltre ai negozi di abbigliamento (ricordo «Amichi», «Chiao», «Conchetta», «Vivache», col «ch» al posto della nostra «c»), ci sono nomi di ristoranti come «Paparazzi» e di bar come «Andiamo», «Dove vai», «Molto bene». Nomi italiani di ristoranti costellano NewYork e Chicago: «Aboccaperta», «Cicciolina», «Iperbole», «Dolce vita». In America cenare fuori si dice «to dine al fresco».

Fonte: Gian Luigi Beccaria - TuttoLibri, sabato 9 settembre

Parole parole1 September 2006 3:56 pm

Perché la mania dei motori non è una malattia

Un giovane liceale di Reggio Calabria, Alessandro Laganà, mi chiede se si possono stabilire delle regole che facciano prevedere come il significato di una parola possa, o meglio debba cambiare. Gli rispondo che non è possibile predisporre a priori delle regole. Il cambiamento non segue percorsi obbligati. Non si possono stabilire i principi generali che regolano la rotta del senso. Al massimo si può osservare che un movimento ricorrente quanto al mutare del significato, consiste nello scivolamento dal concreto all’astratto o viceversa. Oppure osservare che le parole cambiano il significato assecondando un moto di restringimento, di specializzazione del senso. Il verbo it. annegare, fr. noyer, è un restringimento, o meglio una specializzazione del lat. necare «uccidere», ma «per mezzo dell’acqua».

Il movimento va molto spesso verso l’attenuazione, da un significato più forte a un significato più debole. O viceversa. Ci sono parole che assumono un significato più forte di quello che avevano: dal significato originario, dal lat. eliminare «allontanare da casa», o meglio, alla lettera, «far uscire fuori dalla soglia di casa», si passa a eliminare «uccidere». Ci sono casi di deterioramento vero e proprio, e casi di indebolimento. Molte parole, come dicevo, hanno oggi un significato meno forte di quello che avevano un tempo: per esempio l’it. mania era in origine un’affezione patologica, nel linguaggio medico significava «follia, delirio»; poi, passando al linguaggio comune, mania è stata applicata a ogni leggero stato anormale, quindi il suo significato si è ammorbidito; la parola conserva la sua forza soltanto nel linguaggio medico, mentre nella lingua usuale la usiamo col senso di «esagerazione» («ha la mania dei motori»).

I passaggi di significato avvengono per metafore successive, non prevedibili e complesse. Della vicenda di una parola in genere riusciamo a fornire un’esposizione approssimata, o spesso troppo scarna. Bisognerebbe invece riuscire sempre a esaminarne compiutamente i gradi successivi, i moti spesso impercettibili dei significati, poterli testimoniare e scalare nel tempo. Avremo modo di riparlarne presto, con opportuni esempi.

articolo di Gian Luigi Beccaria
Tuttolibri, in edicola sabato 02 settembre 2006

Parole parole25 August 2006 6:39 pm

I Borromini discendono da ciabattini ambulanti

È bello sapere qualcosa dei nomi che portiamo. Vi si sono deposte tracce del passato. Per esempio, un cognome come Viscardi, o Biscardi (cognome meridionale), denuncia la sua origine normanna, confermata non solo dal soprannome del condottiero Roberto il Guiscardo, ma anche dal francese antico guiscart, guiscard, che voleva dire «scaltro»: di qui il siciliano viscardu, biscardu «astuto» e il calabrese biscardu. I nomi segnano l’alternarsi e il sovrapporsi di secoli, di culture, di strati linguistici diversi. Anche i nomi di battesimo vengono da lontano e da aree diverse. In Italia ce ne sono di ebraici, greci, latini, germanici: ebraico è Giuseppe, dal verbo josaph «accrescere» (ha dunque valore augurale «[Dio] accresca [la nostra famiglia])», greco è Aléxandros, alla lettera «protettore di uomini», pure dal greco Irene, da eiréne, «pace», dal tardo greco e bizantino Georghios, greco antico georgós «agricoltore», proviene Giorgio, e di origini etrusche (poi adottati dai romani) sono Tullio, Tarquinio, latino è Vincenzo «colui che vince, il vincitore», germanici Alberto, Aldo, Guglielmo, Lodovico, Luigi, Carlo, Franco, Raimondo, Roberto, Federico.

Molta parte dei cognomi si collega a dei mestieri. Anche in latino Marcus Tullius Cicero ricorda un ramo della famiglia che coltivava i ceci (a meno che uno dei suoi antenati non avesse una verruca sul viso). Nome di mestiere era anche Barroero, Bariviera (fr. ant. berruier, prov. berrovier, e ant. veneto baroéro, it. sec. XIII barroviere «soldato a piedi», ma anche «ribaldo, sbirro»), perché gli antichi «berrovieri», abitatori del Berry in Francia, figuravano tra i più temuti componenti degli eserciti di ventura. Anche Trapattoni, Trabattoni, cognomi di origine lombarda, vanno connessi col pavese trabatón, accrescitivo di trabát «crivello da granoturco», da trabatá «crivellare, lavorare col crivello». Un cognome d’alto lignaggio come Borromini deriva da un semplice Bormín, chi veniva da Bormio, che nella realtà indicò in Lombardia, e per secoli, gli ambulanti, i borromini che andavano di paese in paese a fabbricare o ad aggiustare le scarpe.

articolo di Gian Luigi Beccaria
Tuttolibri, in edicola sabato 26 agosto 2006

Parole parole18 August 2006 1:55 pm

Se siamo simpatici è merito del francese

Oggi, si sa, l’anglo-americano ci colma e ci travolge spesso brutalmente di parole nuove e stentiamo a ricordare un altro influsso, quelle tante distinzioni sottili e sfumature che introdusse in passato nella nostra lingua il francese. Si trattò di uno scivolamento dei significati dal fisico allo spirituale, all’ambito dei sentimenti, e ciò avvenne tra Sette e Ottocento. Ho in mente “simpatico”, “simpatizzare”, da simpatia, parola greca, che già esisteva nel lessico intellettuale nel senso di «forza di attrazione irresistibile e occulta», una forza su cui avevano lungamente disputato fisiologi e filosofi, teorici della magia e fisici (la «natural simpatia» della Luna con la Terra, la «simpatia di aghi calamitati» scriveva Galileo nel Dialogo sopra i massimi sistemi), ma che cominciò poi a specificarsi come «sentimento di benevolenza», a partire dal sec. XVIII (Goldoni, La locandiera «Questa simpatia (…) si dà anche fra persone», La cameriera brillante «Anca mi gh’ho della simpatia co sta zovene»).

L’impulso ci viene, dicevo, dalla Francia. Prendi il francesismo palpitante, che prima si riferiva soltanto al cuore di persona ancora in vita, ma poi nel primo Ottocento assunse un senso tutto spirituale, interiore («un cuore schietto e palpitante e infiammato»: Leopardi). Uno spostamento dello stesso tenore avveniva per allarmante: si sarebbe potuto dire pericoloso, ma non era un sinonimo perfetto, era una valutazione oggettiva, mentre il neologismo allarmante connotava uno stato di apprensione, un senso di pericolo potenziale o imminente. La situazione di pericolo veniva con questa nuova parola presentata da un’angolazione più soggettiva. Questo slittamento (dall’oggettivo al soggettivo) è riscontrabile in modo particolare nei termini della scienza, che assumono delle valenze metaforiche spirituali prima di allora ignote (atmosfera politica, l’atmosfera di Parigi; la forza espansiva di un pensiero). Anche certi sintagmi di senso concretissimo abbandonano il piano fisico per assumere un valore metaforico: prendere le misure, tastare il polso, saltare agli occhi, colpo d’occhio, punto di vista, colpo di fulmine, colpo di testa, colpo di coda, colpo di grazia, colpo di mano. Tutta colpa del francese.

articolo di Gian Luigi Beccaria
Tuttolibri, in edicola sabato 18 agosto 2006

Parole parole11 August 2006 4:54 pm

L'inglese si mimetizza anche nella «moviola»

Arrivano di continuo lettere di lettori che hanno a cuore il futuro dell’italiano e protestano scandalizzati contro l’anglismo oggi invadente e inquinante. Sono d’accordo, vorrei però far notare che molto spesso la parola inglese non è affatto urtante: anzi, poco riconoscibile, ha vestito panni nostrani. Contro di essa nessuno protesta.

Pensiamo a parole che abbiamo da tempo preso dall’inglese: ciclostile, draga, drenare, fluorescente, multinazionale, contattare, extraterrestre, viadotto. Sono del tutto mimetizzate, e perciò poco fastidiose, come ad esempio moviola, con la sua aria di famiglia, anche se in realtà dipende da movie, “cinema”. E pensiamo al gran numero di prestiti semantici, che si sono metabolizzati più facilmente di quelle forme affacciatesi nel loro aspetto straniero nudo e crudo. Hanno aggiunto, semplicemente, un nuovo significato a quello che in italiano già avevano. Si copia un modello con materiali lessicali indigeni.

Vedi per esempio l’italiano attrazione, “spettacolo” (dall’inglese attraction), o anticipazione, nel senso di notizia in anteprima, o contenitore, programma televisivo (da container). Hanno avuto dunque maggiore possibilità di attecchire nel linguaggio comune, e di non disturbare i puristi, prestiti semantici tipo depressione (americano: depression, Anni 1929-32), e nel significato statistico dell’inglese occurrence, to occur, l’italiano occorrenza anziché ricorrenza.

Moltissimi i calchi di traduzione, quasi irriconoscibili come forestieri. Ne elenco qualcuno, tra i più comuni: alta fedeltà (high fidelity), aria condizionata (air-conditioned), assistente di volo (flight assistant), carta carbone (carbon paper), conferenza stampa (press conference), disco volante (flying saucer), effetto serra (greenhouse effect), forno a microonde (microwave oven), fuga dei cervelli (brain drain), fumo passivo (passive smoking), fuorilegge (outlaw), gratta e vinci (scratch and win), lista d’attesa (waiting list), luna di miele (honeymoon), pagine gialle (yellow pages), penna stilografica (americano: stylographic pen), tavola rotonda (round table), uomo della strada (man in the street). Chi oserebbe protestare per espressioni inglesi così bene assimilate?

di Gian Luigi Beccaria
Tuttolibri, in edicola sabato 12 agosto 2006

Parole parole5 August 2006 9:37 am

A Milano si sa che Pasquale è uno stupido

Le personificazioni di nomi propri sono frequentissime, da berta «gazza» a checca «omosessuale» a paguro Bernardo, o a prospero, un vecchio nome dello zolfanello.

In quest’ambito ci si imbatte spesso in degradazioni del significato: vedi la singolare fortuna negativa nei vari dialetti del nome Vincenzo, e vedi il lombardo tumás, da Tommaso, col significato di «babbeo», il sardo mengu, da Domenico, «uomo rozzo», piemontese bacicia «babbeo», bernard «sciocco», il milanese pasqual «stupido», il pisano bice «citrulla».

Nel Veneto pantassilea significava «donna grassa e sciatta», in Irpinia e in Lucania iacovella (che alla lettera sarebbe una «azione da Giacomino») era la cosa fatta alla leggera, una chiacchiera insignificante.

Il nome di persona designava spesso oggetti comuni (in Toscana gegia, menica era il vecchio scaldino di terracotta; mapensiamo a grimaldello, da Grimaldo). O dava il nome ad animali, con parentelari vezzeggiativi (caterina la lucertola, la locusta, la libellula, la coccinella). Tra i nomi, larga fortuna è toccata ai più comuni, a Francesca, Maria, Margherita, Antonio, Piero, Gregorio, Cristoforo, Lodovico, Vincenzo, Giovanni, Giacomo. La più larga forse a Martino.

Se scorro il ricchissimo dizionarietto di Manlio Cortelazzo e Carla Marcato osservo che i dialetti hanno talvolta mantenuto in vita nomi propri di personaggi negativi diventati localmente popolari: in Abruzzo marchësciarrë, «prepotente», viene dal nome di un popolare bandito, Marco Sciarpa, che combatté per Venezia contro gli Uscocchi; nel Lazio casc-barronë, «uomo crudele», si rifà al nome del brigante Antonio Gasparone da Sonnino, celebre per le sue scorrerie nella campagna romana, così come masc-triglië «cattivo, malvagio», dal brigante Giuseppe Mastrilli da Terracina, che nel secondo Settecento corse anche lui per lungo e per largo la campagna romana. La sua fama superò i confini regionali, tanto che il detto al n’à fat piò che Mastrell è stato a lungo vivo nel dialetto modenese; e nel Veneto, nella fascia lagunare, si diceva a Chioggia fare de pì de Mastrilo e a Venezia el ghe n’à fato più de Mastrili. Più di Carlo in Francia, insomma.

di Gian Luigi Beccaria
Tuttolibri, in edicola sabato 05 agosto 2006

Parole parole4 August 2006 3:53 pm

E' una truffa però sembra una staffa

Se si trovasse il tempo per mettere a confronto testi stranieri e relativa traduzione in italiano ci si potrebbe divertire a scovare le molte traduzioni erronee. Se ne leggono sui giornali, se ne sentono in TV, se ne incontrano nelle traduzioni italiane di romanzi stranieri. Capita di sentire, per esempio, «un caso di studio», modellato erroneamente sull’inglese a case study, che è invece «uno studio di caso». E spesso abbiamo incontrato in qualche pagina di narrativa il personaggio che va «nella città bassa», quando in realtà si reca nel «centro città» (ingl. down town). I cosiddetti «falsi amici» creano continuamente di questi equivoci. Nelle università italiane si sta abbandonando la dizione «lettore», gli si preferisce «collaboratore linguistico», in quanto l’inglese lecturer è equivalente di professore universitario (alla lettera sarebbe il «lettore di Studio»). L’inglese ci sembra spesso, tra le lingue germaniche, una delle più facili da tradurre, perché vi riconosciamo molte parole familiari, di origine latina. Ma per questo motivo succede spesso che si cada in errore: si crede di scovare equivalenze di significato che in realtà non ci sono.

La possibilità di falsa equivalenza aumenta quando due lingue si assomigliano. Così capita tra italiano e spagnolo. L’equipaje è il bagaglio e non un equipaggio; stafa in spagnolo è una truffa, mentre l’italiano staffa è in spagnolo estribo; fecha è la data e non la feccia; fracaso un insuccesso e non il fracasso; lo spagnolo largo significa lungo, mentre all’italiano largo corrisponde ancho; lo spagnolo mantel è la nostra tovaglia mentre il mantello è la capa; a nudo corrisponde il nostro nodo, e l’italiano nudo in Spagna è invece desnudo; salir in italiano si dice uscire, o partire, mentre il nostro salire è in spagnolo subir. E si potrebbe continuare.

Si fanno errori anche con forestierismi già assimilati: sentiamo dire «kólossal», ma sarebbe «kolóssal», visto che la parola ci giunge dal tedesco, e così capita per «diktát», che non va pronunciato «díktat». Ho sentito chiamare per nome Sóledad una donna spagnola.

di Gian Luigi Beccaria
Tuttolibri, in edicola sabato 29 luglio 2006

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