Letteratura e libri7 October 2006 10:54 am

I figli di Hurin, la fiaba più cupa del professore di Oxford

E’ stato presentato in occasione della Fiera internazionale di Francoforte - il grande appuntamento che fino a domenica raccoglie in Germania gli editori di tutto il mondo - I figli di Hurin, probabilmente la fiaba più cupa che J. R. Tolkien abbia mai scritto, lasciata incompiuta.

A terminarla ha pensato ora il figlio, Christopher Tolkien, già cimentatosi in passato con altri scritti paterni, come il Silmarillion. The Children of Hurin si annuncia come un massiccio epos dedicato alla storia dei figli di Húrin e di Morwen, ovvero Túrin Turambar e Nienor, colpiti dalla terribile maledizione di Morgoth, il primo Signore Oscuro.

Della saga si parlava da mesi, ma dopo l’annuncio della Harper Collins di avere concluso la distribuzione mondiale dei diritti per il nuovo libro (che in Italia pubblicherà la già tolkeniana Bompiani e che negli Stati Uniti uscirà in aprile) finalmente comincia a passare di mano e i traduttori si mettono al lavoro, a preparare il terreno a quello che si annuncia un nuovo grande bestseller. Dalla sua, Tolkien può vantare la forza di numeri puri e semplici, ma impressionanti: 50 milioni di copie vendute finora, ma c’è ancora spazio per crescere.

È qui che si colloca il lavoro del figlio Christopher, che ha pazientemente “resuscitato” le storie fino ad oggi disperse in tre tronconi, cui Tolkien padre mise mano per la prima volta nel 1918. Dopo quasi un secolo non ha però riscritto, ma solo editato i testi, ricavandone un organismo compatto.

I figli di Hurin sono, rispetto agli hobbit del Signore degli anelli, avversari più facili per il perfido Morgoth, il bene ha molte più difficoltà a trionfare sul male e non è detto che alla fine ci riesca, gli elfi e i nani sono un po’ meno nobili e puri. Non è detto che il suo protagonista, nella lotta contro le tenebre e la notte di una Londra spietata, condotta in un impeccabile linguaggio ottocentesco dove si sentono Dickens e Wilkie Collins, Stevenson e Le Fanu, alla fine prevalga. Anzi, per certi versi soccombe, apparentando in questo la sua avventura ai libri più apprezzati della Fiera, nei quali sembra di cogliere una indubbia fascinazione del buio e del male. Nell’opera si ravvedono echi wagneriani ma soprattutto del Kalevala, il poema epico finlandese che Tolkien conosceva molto bene, nonostante non fosse al centro dei suoi studi, focalizzati invece sull’antica filologia germanica.

Letteratura e libri, Cronaca e Società, Cultura, Politica3 October 2006 3:22 pm

Guerra, integrazione, intolleranza e l'arma del dubbio

Una guerra mondiale in corso, certamente una guerra anomala, forse una guerra non dichiarata, ma comunque una guerra. Un conflitto fatto con le bombe, la propaganda, i film, i libri, la musica.

Una guerra motivata non solo dalle religioni o dal petrolio, ma anche dalla volontà di controllare il corpo femminile. E’ lo stesso corpo delle donne il campo di battaglia. Una tesi inconsueta, ben espressa da Adriano Sofri nella prefazione del libro Non sottomessa di Ayaan Hirsi Ali: «Che il corpo delle donne sia il campo di battaglia e insieme la posta del famoso scontro di civiltà sembrava fino a qualche tempo fa un’idea balzana, o provocatoria: ora è quasi un’ovvietà. Ci siamo accorti che anche gli ultimi, quelli che non avevano da perdere che le loro catene, hanno da perdere almeno le loro donne. Quel che più conta, se ne sono accorti loro, gli ultimi: da quando le distanze si sono così accorciate da renderli spettatori di un mondo in cui le donne diventano padrone di sé». O forse nessuno l’ha espresso meglio di Hina Saleem, la pakistana di Brescia, e di migliaia di sue consorelle sconosciute.

Una guerra che conta migliaia di vittime, dalle donne sconosciute fucilate negli stadi o lapidate per la strada, ai morti illustri d’Occidente, primo fra tutti Theo Van Gogh, regista di quel Submission reo di mostrare una donna musulmana malmenata, sul cui corpo scorrevano sure coraniche: dieci minuti intollerabili per gli intolleranti. Ucciso, sgozzato, il 2 novembre 2004, dal ventiseienne (olandese integrato-integralista) Mohammed Bouyeri. L’idea dell’Olanda patria della tolleranza che tramonta, sotto il peso del passato (il primo politico assassinato con arma da fuoco fu olandese, nel 1584, per non ricordare Anna Frank e le migliaia di deportati), e soprattutto dal futuro. Un olandese su 16 è musulmano, nel 2020 le attuali minoranze saranno maggioranza ad Amsterdam, l’Aja, Rotterdam e Utrecht.

Ian Buruma, storico di nascita olandese ma a New York da trent’anni, saggista di fama internazionale (Occidentalismo - L’Occidente agli occhi dei suoi nemici, Il prezzo della colpa), si occupa del caso-simbolo di Van Gogh nel suo Murder in Amsterdam. The Death of Theo van Gogh and the Limits of Tolerance (Omicidio a Amsterdam. La morte di Theo Van Gogh e i limiti della tolleranza), in uscita negli Stati Uniti e a breve in Inghilterra, che già suscita schiere di avversari ed elogiatori: i primi lo accusano di mollezza e snobismo, i secondi lo lodano per lo sforzo di verificare sul campo i limiti del multiculturalismo, lontano dagli “alti ideali” dell’utopia dell’integrazione e dalla demagogia, ben più vivo, quotidiano, reale.

Buruma raccoglie le ironie contro «la Chiesa della sinistra», il collasso delle ideologie, anche se in questioni cruciali come queste saltano gli stereotipi di destra e sinistra. La sinistra accoglie, in nome del multiculturalismo? Hirsi Ali, accolta e integrata, lo considera un delitto. La destra è ostile agli immigrati? Semplicemente perché stranieri o perché latori di violenza e intolleranza? Al di là dei revisionismi, dei distinguo, dei “se” e dei “ma”, delle posizioni di comodo, lo scetticismo beninformato di Ian Buruma ha il pregio di fornirci l’unica arma che può fare la differenza in questa guerra: il dubbio.

Letteratura e libri30 September 2006 8:56 am

La fine della fede: è possibile farne a meno?

Nuovi Mondi Media pubblica in Italia La Fine della fede. Religione, terrore e il futuro della ragione di Sam Harris. Best seller del New York Times per oltre trenta settimane, La fine della fede è una sfida aperta all’irrazionalismo religioso, destinato a scatenare anche in Italia molte polemiche, dopo gli accesi dibattiti negli Stati Uniti e in Inghilterra. Scontri tanto aspri che lo stesso editore, sorpreso dalle posizioni talvolta estreme espresse da Harris, a tratti oltre il limite dell’intolleranza, precisa in una nota: «Pur dissociandoci in parte dai contenuti di questo libro, riteniamo che la sua pubblicazione possa contribuire al dibattito sulla laicità».

Come un moderno Lucrezio, Sam Harris intende liberare gli uomini dalle superstizioni religiose. L’autore si pone la domanda che nei momenti più bui in molti si pongono: ma non sarebbe meglio che le religioni non esistessero? Harris mette in discussione il dogmatismo e lo stesso concetto di tolleranza, uno dei pilastri del liberalismo politico: nella contrapposizione di fedi, ognuna vera per sé stessa, proprio i moderati fanno il gioco dei fondamentalisti. Per combattere l’integralismo religioso che degenera in violenza occorre per l’autore recuperare un senso del vero razionale e accantonare ogni tesi mistica e superstiziosa, priva di fondamenti verificabili.

Harris, servendosi delle sue conoscenze di neuroscienza, attribuisce alla spiritualità e al bisogno religioso origini biologiche, che affondano le proprie radici nell’atavica volontà di costruire comunità solidali fondate sul bene comune, senza dover necessariamente ricorrere a giustificazioni di tipo religioso.

Un mondo senza religioni è dunque possibile? Forse, ma lo spirito religioso fa parte dell’uomo da sempre, geneticamente o no, e non è mai venuto meno: polemizzare con la realtà è un dibattito, per quanto intrigante, piuttosto inutile.

Sam Harris, LA FINE DELLA FEDE
Ed. Nuovi Mondi Media, 2006 - 264 pagine
Prezzo di copertina: € 18,50

Spettacolo, Letteratura e libri, Cronaca e Società, Politica26 September 2006 11:49 am

Siamo in guerra! Voi ci state?

George Bush afferma che gli americani pregano per lui, mentre l’America del suo “terzo risveglio” di religiosità assomiglia sempre più ad una democrazia teocratica. Eppure, nella stessa America, Jesus Camp, documentario che racconta la realtà dei campeggi estivi per bambini evangelici, diventa un affare da milioni di dollari, insieme al libro Lettera ad una nazione cristiana, la terza pubblicazione più venduta in Internet.

Un tam-tam che dalla proiezione al Tribeca Festival fino all’uscita nelle sale, ha condotto il documentario di Heidi Ewing e Rachel Grady al centro di una discussione sulle pulsioni ultrareligiose dell’amministrazione Bush: il film descrive, infatti, la storia di tre bambini, seguiti durante la loro vacanza di “addestramento religioso” al campeggio “Kids on Fire” di Devils Lake, in North Dakota, tra attività ricreative che spaziano da sessioni di preghiera davanti a un’immagine del presidente degli Stati Uniti per la fine della pratica abortiva a veri e propri indottrinamenti: durante il film, la religiosa evangelica Becky Fischer, fondatrice del campo, chiede gridando ai suoi allievi in tuta mimetica: «Siamo in guerra! Voi ci state?». Un lavaggio del cervello da far invidia alle madrasse islamiche.

Aperte le porte di un mondo nascosto agli occhi dei più, le polemiche non si sono fatte attendere. E allora, alimentate da un fitto passaparola su Internet, le voci su Jesus Camp montano e ne fanno un vero e proprio caso, che scatena le furie del reverendo evangelico Haggard, capo spirituale di 30 milioni di fedeli, che sferra il suo attacco contro il documentario: «E’ propaganda dell’estrema sinistra, che demonizza gli evangelici».

Ad gettare benzina sul fuoco arriva ora anche Lettera ad una nazione cristiana, e parallelamente all’uscita del documentario scoppia anche un caso editoriale. Il pamphlet di Sam Harris, si pone l’obiettivo di «armare tutti gli americani ragionevoli» di argomenti potenti per combattere la destra teo-con, i neoconservatori Usa di forte impronta religiosa.

«Il presidente degli Stati Uniti ha più volte affermato di essere in dialogo con Dio - scrive Harris nel suo libro - Se avesse detto che parla con Dio attraverso un asciugacapelli, sarebbe un’affermazione da emergenza nazionale. Io non vedo come l’aggiunta di un asciugacapelli renda la sua affermazione più grottesca o offensiva».

Dopo un’uscita in sordina, rimbalzando sul web di sito in blog, quello di Harris è diventato in poche ore il terzo libro anti-Bush più venduto su Amazon.com, preceduto solo dal libro del presidente Hugo Chavez e da La più grande storia mai raccontata: declino e caduta della verità dall’11 settembre a Katrina del famoso opinionista del New York Times Frank Rich. Il nuovo sogno americano (anti-Bush).

Letteratura e libri, Cultura21 September 2006 9:19 am

Lo stil molto novo dello Zanichelli 2007

Ero a casa comodoso e sono andato a smucinare tra le mail: quei furbetti m’hanno riempito la casella di phishing. E’ tutto un magna magna. Ora vado a fare un po’ di parkour al bioparco con quel gruppo di lampadati. Slang giovanile? No, è lo stil molto novo dello Zingarelli 2007.

Nell’ultima edizione del più famoso tra i vocabolari, si annunciano sorprendenti novità, e smucinando tra le pagine risultiamo un cicinino più furbetti e morbidosi, incalliti giocatori di Sudoku e lampadati.

Un lungo lavoro redazionale che non rincorre forzatamente neologismi o esotismi - come specifica lo stesso editore - ma si basa su una fusione di strumenti lessicografici vecchi e nuovi, incorporando nello studio testi antichi e letterari, banche dati di periodici e i motori di ricerca di Internet.

Nella ricerca delle 1700 nuove voci di questa ultima edizione, ci si è ispirati alle accezioni della cronaca, che parla di maxiemendamento, eurocommissario e quote rosa, senza dimenticare fatti di attualità come i numerosi infanticidi ai danni della propria prole che nel gergo diventano figlicidi, nell’attesa che l’uxoricidio si trasformi in moglicidio o mariticidio.

E per l’italiano sempre più giocoso, novità anche nell’intrattenimento. Dal bingo al Sudoku, all’espressione ritirare la maglia, per chi sceglie di ispirarsi alla contemporaneità post-mondiali, tra finti reality e veri moviolisti (e viceversa).

Interessante anche la volontà di rimanere al passo coi tempi, anche con gli strumenti interattivi. Nel CD-ROM allegato si trova la flessione di tutti lemmi che permette di ripescare la parola di origine, ascoltare la pronuncia di termini stranieri entrati nell’uso comune, divertendosi anche a cercare anagrammi, palindromi, bifronti e antipodi nella sezione “Giochi con le parole”.

Spettacolo, Letteratura e libri20 September 2006 10:52 am

La nuova regina della narrativa romantico-vampiresca, tra libri e film per la tivù

Una serie di libri di successo, un tour in Italia e un film in arrivo. Un genere che oscilla tra il romantico e l’hard-boiled al femminile: la nuova regina della narrativa horror-vampiresca è Laurell K. Hamiton.

Se amate le storie di vampiri, questa è la scrittrice per voi. Protagonisti assoluti delle sue storie, che la Hamilton racconta in modo brillante e divertente, sono proprio loro: tanti, organizzati, onnipresenti e terribili. In un mondo futuribile Anita Blake svolge un lavoro decisamente strano: è Risvegliante presso la Animators Inc. di St. Louis. Sostanzialmente il suo compito è quello di resuscitare per qualche ora i defunti, quando ve ne sia la necessità (ad esempio per farli testimoniare in un processo). Ma Anita svolge anche una seconda professione, quella di cacciatrice di vampiri. In questa realtà stravagante i vampiri sono tanti, vivono indisturbati fra gli umani e sono “legalmente riconosciuti”, anche come nuova chiesa, ma non devono derogare dalle regole che sono state loro imposte. In caso contrario arriva lei con proiettili rigorosamente d’argento, gli unici adatti a fermare un vampiro. “La Sterminatrice”: così viene chiamata nell’ambiente. Eppure proprio a lei, nel primo romanzo della serie, si rivolge un vampiro molto preoccupato, incaricandola di trovare il terribile serial killer che sta gettando nel panico la comunità vampiresca cittadina. Forzata nella scelta da un ricatto, Anita accetta l’indagine entrando così in un mondo misterioso, affascinante ma estremamente pericoloso dove i poteri soprannaturali si mescolano con personalità travolgenti e carismatiche.

Nata nel 1963 a Heber Springs in Arkansas, Laurell K. Hamilton è rimasta orfana di madre per un incidente d’auto nel 1969, ed è cresciuta con la nonna, che raccontando alla nipote storie dell’orrore fece nascere in lei l’interesse per quel mondo. Ha scritto il suo primo racconto a dodici anni, e ha pubblicato il suo primo romanzo, Nightseer, nel 1992. Nel 1994 esce Guilty Pleasures (tradotto in italiano in Nodo di sangue), il primo libro della serie di Anita Blake, che decreta il suo successo. Dal 2000 affianca a questa un’altra serie, Merry Gentry, legata al mondo delle fate.

Poche autrici riescono come lei a divertire i lettori, offrendo con i suoi romanzi puro intrattenimento, consacrandola negli anni come una delle scrittrici di letteratura dark-fantasy più apprezzate dai lettori di ogni età. Non è un caso che i tredici romanzi della serie Anita Blake (alcuni tradotti in italiano) siano, a ogni loro apparizione, regolarmente in cima alla lista dei best-seller del New York Times.

Alla base della serie non ci sono film o romanzi dell’orrore, bensì la passione dell’autrice per la letteratura hard-boiled, in particolare per i romanzi di Robert B. Parker. Una passione letteraria che si è unita al desiderio di creare un personaggio femminile forte che, al pari dei protagonisti maschili del genere, fosse in grado di contenere le emozioni o il rimorso. La sua protagonista, nella migliore tradizione hard-boiled possiede una pistola inseparabile ed è un’investigatrice alle prese con casi ispirati alla realtà criminale quotidiana, anche se immersi in un mondo dominato dalla magia. È nata così Anita Blake, personaggio a metà tra il popolare detective dell’occulto Jules de Grandin e il cacciatore di vampiri Abraham Van Helsing. In più, sul filone della letteratura vampirica moderna, rappresentata dalla cronache di Anne Rice, “la Sterminatrice” combatte mostri pericolosamente affascinanti, catturando nella classica mystery story anche la vena romantica propria della scrittrice di New Orleans.

Forse, il segreto di Laurell K. Hamilton sta proprio nel saper miscelare i generi con maestria. «Utilizzo tutti i generi: ogni libro contiene un elemento romantico, uno horror e una sottotrama mystery». In particolare l’elemento romantico si è imposto proprio con Luna Nera, quarto libro della serie, in seguito al quale la Hamilton, al principio recalcitrante, ha dovuto ammettere che il romanticismo era sempre stato parte integrante dei suoi romanzi.

E ora i racconti della Hamilton promettono di essere tradotti anche sul piccolo schermo. La Digital Domain ha firmato un contratto per produrre un film per la televisione basato su Nodo di Sangue, il primo romanzo della serie. La sceneggiatura sarà scritta a quattro mani dalla Hamilton stessa e dal marito Jon, e la scrittrice avrà anche parte nella scelta del cast. In questo momento la stesura della sceneggiatura non è ancora stata completata e le fasi seguenti della pre-produzione, scelta del cast compresa, non sono ancora cominciate.

Della serie di “Anita Blake”:
NODO DI SANGUE (Ed. Nord, 2003)
RESTI MORTALI (Ed. Nord, 2006)
IL CIRCO DEI DANNATI (Ed. Nord, 2004 - Ed. TEA, 2006)
LUNA NERA (Ed. Nord, 2004)
POLVERE ALLA POLVERE (Ed. Nord, 2005)
IL BALLO DELLA MORTE (Ed. Nord, 2005)
Burnt Offerings (1998 - in lingua inglese)
Blue Moon (1998 - in lingua inglese)
Obsidian Butterfly (2000 - in lingua inglese)
Narcissus in Chains (2001 - in lingua inglese)
Cerulean Sins (2003 - in lingua inglese)
Incubus Dreams (2004 - in lingua inglese)
Danse Macabre (2006 - in lingua inglese)

Letteratura e libri, Cultura19 September 2006 2:00 pm

Narrativa verista e spietata

Cemento grigio, rabbia e rassegnazione del colore delle fiamme che divampano dalle auto. Nonostante i grandi media non ne parlino più, la grande rabbia della rivolta del 2005 non si è spenta nelle promesse e nella retorica del governo francese. Perché ora è la stessa banlieue a scrivere, raccontandosi, collocandosi come una delle maggiori novità letterarie di questo autunno.

Una narrativa cruda, spietata e verista, al pari di un’arma di lotta, che si guarda e si racconta senza paure. Una nouvelle vague che non usa la letteratura per riuscire o per fuggire, semmai per affarmare l’orgoglio della banlieue. Gli eroi sono ragazzi alla deriva, innocenti e cattivi allo stesso tempo, figli di immigrati, ma nati in Francia.

I nomi sono tanti. Mohamed Razane, con Dit violent (Dito violento), storia di Mehdi, 18 anni di odissea, un’educazione fatta di botte e umiliazioni, un padre violento e una madre piegata dalla fatica. Mehdi è “killer pit”, blocco G, quartiere di Doumiert. Ha ucciso a pugni il padre: per vendicarsi, per sé stesso, per la madre, per quello che ha intorno. Otto anni di galera. Ucciderà ancora, «perché voi pensate che io aspetti che la vostra giustizia repubblicana, la giustizia dei ricchi, faccia i suoi comodi! E invece noi l’abbiamo già la giustizia, quella dei ragazzi di strada che sta sulla punta del mio mitra».

Faïza Guène nel suo Du rêve pour les oufs (Sogno per i pazzi) usa invece il codice dell’ironia, ma non è detto che il risultato sia meno duro. Questa dolce ventunenne ha già venduto 300mila copie con il suo libro d’esordio, e nonostante il successo e i soldi vive sempre lì nel suo HLM di Courtilliers in Seine-Saint-Denis, «perché se andarsene vuol dire avercela fatta, allora vuol dire che restare è una sconfitta e questo non mi piace». Ha rifiutato la possibilità di iscriversi a una Grande Ecole, «non fa per me», ma è contenta quando vede che il suo best-seller è adottato nei licei come Proust o Balzac.

Molti, anche il suo editore, l’hanno ribattezzata «la Sagan delle cités», ma lei è Alheme, cittadina di Ivry, non a caso il luogo dove la morte di due adolescenti ha scatenato l’insurrezione. “Alheme” vuol dire sogno, ma lei che ogni trimestre si mette in coda davanti alla prefettura per avere i papiers, la carta di identità, ancora si imbarazza alla domanda «quali sono i suoi progetti di vita?» in agguato sul questionario da compilare per avere un lavoro a tempo. Per sognare canta le canzoni di Diams, l’unica rappeuse femmina. E legge le lettere della zia rimasta al villaggio algerino dove sua madre è stata uccisa durante la guerra con i fondamentalisti, dove la zia la invidia perché è riuscita ad andare in Francia. Integrazione.

Letteratura e libri16 September 2006 9:26 am

Grande successo per l'Albero dei giannizzeri, giallo esotico di qualità

«Yashim buttò indietro la testa quando il chiaro di luna sgorgò da uno squarcio fra le nuvole. Gli sembrò, mentre posava le mani sulla corteccia, che l’albero fosse più alto di quanto ricordava: i rami neri e contorti si protendevano verso il cielo, un intreccio di fronde così fitto e vertiginoso da riuscire impenetrabile anche ai raggi lunari. I giannizzeri lo avevano eletto a loro albero».

Nasce un nuovo, grande personaggio. 1836: nella Istanbul imperiale, stanca capitale del mondo, Yashim deve scoprire che cosa si nasconde all’ombra del famigerato «albero dei giannizzeri». Una serie di omicidi misteriosi scuotono il Palazzo. Una giovane circassa dell’harem, quattro cadetti della Nuova Guardia che da qualche tempo ha sostituito i giannizzeri, sciolti dopo la loro rivolta di dieci anni fa. Proprio ai giannizzeri, alle loro tradizioni mistiche e feroci, sembra condurre l’indagine di Yashim, eunuco di corte, mentre l’incubo degli incendi torna a impaurire la grande città sul Bosforo.

La figura di questo singolare detective si muove in un mondo vario e cosmopolita, tra ambasciatori stranieri, dark ladies, assassini efferati ed efficienti, magnifici travestiti, artigiani, sette religiose sufi, soldati combattuti tra l’invidia dell’Occidente e la nostalgia delle vittoriose armate ottomane. Mentre la città lentamente sprofonda tra gli incubi del passato e la paura del futuro, e forse ci vuole qualcosa di grosso, ma veramente grosso, per risvegliarla…

Un libro sorprendente per lettori dal palato fine e dalle precise caratteristiche: amore per i gialli e le riscotruzioni storiche (anche se, a onor del vero, quella del libro non è molto precisa, avendo l’autore optato per un riuscito equilibrio tra didattica senza pedanteria e fiction) e nessun pregiudizio sulla figura degli eunuchi (perché proprio di evirato trattasi il protagonista).

Jason Goodwin, capitolo dopo capitolo, ci accompagna in un mondo vivo e pulsante, fatto di vie, odori, colori, suoni e luci della Istanbul della prima metà dell’Ottocento. La scelta è quella del capitolo breve, talvolta brevissimo, per dare un ritmo più rapido e intenso alla narrazione.

L’autore è rimasto stregato da Istanbul mentre studiava storia bizantina all’Università di Cambridge. Dopo il successo del suo libro A Time for Tea: Travels Through China and India in Search of Tea, ha intrapreso un pellegrinaggio di sei mesi in Europa orientale, raggiungendo Istanbul per la prima volta. Il viaggio è stato raccontato in On Foot to the Golden Horn: A Walk to Istanbul. Ha inoltre scritto Lords of the Horizons: A History of the Ottoman Empire.

Probabilmente incontreremo ancora “l’investigatore” Yashim in altre avventure, come promette la quarta di copertina. Ma intanto godiamoci questa, dal sapore esotico ma dallo stile occidentaleggiante, con una trama che può ricordare in alcuni punti un vero capolavoro del genere: Il Nome della Rosa.

Letteratura e libri, Cronaca e Società15 September 2006 9:51 am

Il suo Alieno ha vinto.

“L’idea di morire non mi fa paura. Glielo confesso con serenità: al posto della paura io sento una specie di malinconia, una specie di dispiacere che offusca il mio senso dell’umorismo. Mi dispiace morire, sì. E non dimentico mai ciò che Anna Magnani mi disse tanti anni fa. «Oriana mia! Non è giusto morire, visto che siamo nati!» Non dimentico nemmeno che quell’ingiustizia è toccata a miliardi e miliardi di esseri umani prima di me, che toccherà a miliardi e miliardi di esseri umani dopo di me. Però mi dispiace lo stesso. Amo troppo la Vita, mi spiego? Sono troppo convinta che la Vita sia bella anche quando è brutta, che nascere sia il miracolo dei miracoli, vivere il regalo dei regali. Anche se si tratta d’un regalo molto difficile, molto faticoso. A volte, doloroso. E con la stessa passione odio la Morte. La odio più d’una persona da odiare, e verso chi ne ha il culto provo profondo disprezzo. Il fatto è che pur conoscendola bene, la Morte non la capisco. Capisco soltanto che fa parte della Vita, e che senza lo spreco che chiamo Morte non ci sarebbe la Vita.”
[Oriana Fallaci intervista sé stessa, di Oriana Fallaci]

La scrittrice e giornalista si è spenta la notte scorsa in un ospedale di Firenze. Aveva 77 anni. Da molti anni lottava contro un cancro da lei definiva L’Alieno. La scrittrice era ricoverata già da qualche giorno in un ospedale fiorentino dove, secondo sue precise disposizioni, la degenza è avvenuta nel più stretto riserbo. Alle sue esequie della Fallaci, per sua espressa volontà, parteciperanno solo la sorella con i nipoti.

Scrittrice controversa, mai politically correct, sempre schietta, la si amava o la sia odiava. Molte le polemiche e i dibattiti sollevati dai suoi libri e articoli pubblicati dopo gli attentati dell’11 settembre, in “difesa della cultura occidentale”, una posizione di netta contrapposizione al fondamentalismo islamico. Per tutta la vita aveva espresso opinioni anticlericali, ma negli ultimi anni si è avvicinata al Cattolicesimo, fino a dichiarare pubblicamente la sua ammirazione verso Benedetto XVI. Il 27 agosto del 2005 il Papa l’aveva ricevuta a Castel Gandolfo in udienza privata.

Nel marzo dello scorso anno, era stata promossa una raccolta firme per chiedere al Presidente della Repubblica di conferire alla Fallaci il titolo di senatore a vita. L’appello era stato sottoscritto da oltre 75.000 persone.

Lunga e avventurosa la vita di Oriana Fallaci. Ma è rimasto immutato in tutti gli anni di viaggi e di permanenza all’estero il suo amore per la Toscana. Una donna dura, combattiva e contrastata, che amava la sua Firenze di un amore sconfinato. Voleva morire a Firenze. Così è stato.

Letteratura e libri, Cultura 9:32 am

Rapporto incociliabile?

Tivù e intellettuali. La prima accusa i secondi di snobismo, i secondi la prima di essere in odore di immondizia. Con la nuova stagione dei reality ormai alle porte, perché quando si parla di televisione-spazzautra ad essi corre il pensiero, a riattizzare gli animi arriva l’ultimo libro di Sebastiano Vassalli, La morte di Marx e altri racconti, che conta ventuno apologhi con tanto di morale esplicita (gli autentici racconti hanno la morale implicita) che vertono sugli argomenti più disparati, dalle automobili, alla democrazia, dai reality show all’immigrazione clandestina e altri argomenti d’attualità.

Gradevoli da leggere e come spunti di rilflessione, paiono per la verità un po’ datati, in una sorta di “scoperta dell’acqua calda”. Inutile dire che innumerevoli scrittori hanno già raccontato questo mondo, su cui ormai rimane ben poco da dire.

Dei reality Vassalli si occupa nel racconto “Rocco del Grande Fratello”. La voce narrante è quella di Ketty, una commessa di supermercato, che racconta di aver incontrato Rocco, uno dei protagonisti della prima edizione del più popolare - e controverso - dei reality, e di avere provato una grande emozione. «Mi ha trafitto ma non credo che mi abbia vista. Non ho niente, io, che possa attirare l’attenzione di una persona famosa! Mi sono voltata, e ho visto Rocco che continuava a camminare in un’aureola di luce. Dove stava andando? Dove vanno gli uomini famosi quando camminano per strada?». Ketty, come è evidente, parla una lingua non realistica, stilizzata per gli scopi polemici dell’autore, che vuole sottolineare l’assurda notorietà che deriva dai reality e l’enfatica sottomissione delle masse.

Si va avanti per stereotipi, con Vassalli che non ha il tempo, o la voglia, di ascoltare le commesse vere: qui le commesse sono solo il soggetto di una parabola, come il figliol prodigo della Bibbia o il Candido di Voltaire.

La televisione, da parte degli scrittori, sembra sempre vista dalla luna, soprattutto quelle trasmissioni che più simboleggiano quella parte del mondo televisivo innegabilmente non sempre edificante: talk e reality. C’è sempre, sottinteso o meno, un sorrisetto, «sappiamo che questa è spazzatura… Dio mio dove siamo arrivati». C’è sempre, implicito o meno, il riferimento a una qualità artistica o umana tradita.

Romanzi, questi, forse lontani da quelli inclusivi delle origini aperti a tutte le barbarie e le sottoculture. Compito della letteratura è di capire, prima di risentirsi, scongiurando il rischio di inquinare anche la resistenza morale contro la deriva consumistica e post-moderna con un inutile e dannoso apriorismo apocalittico e nevrotico.

Sebastiano Vassalli, LA MORTE DI KARL MARX E ALTRI RACCONTI
Ed. Einaudi, 2006 - 186 pagine
Prezzo di copertina: € 16,50

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