Letteratura e libri, Cronaca e Società, Cultura, Politica3 October 2006 3:22 pm

Guerra, integrazione, intolleranza e l'arma del dubbio

Una guerra mondiale in corso, certamente una guerra anomala, forse una guerra non dichiarata, ma comunque una guerra. Un conflitto fatto con le bombe, la propaganda, i film, i libri, la musica.

Una guerra motivata non solo dalle religioni o dal petrolio, ma anche dalla volontà di controllare il corpo femminile. E’ lo stesso corpo delle donne il campo di battaglia. Una tesi inconsueta, ben espressa da Adriano Sofri nella prefazione del libro Non sottomessa di Ayaan Hirsi Ali: «Che il corpo delle donne sia il campo di battaglia e insieme la posta del famoso scontro di civiltà sembrava fino a qualche tempo fa un’idea balzana, o provocatoria: ora è quasi un’ovvietà. Ci siamo accorti che anche gli ultimi, quelli che non avevano da perdere che le loro catene, hanno da perdere almeno le loro donne. Quel che più conta, se ne sono accorti loro, gli ultimi: da quando le distanze si sono così accorciate da renderli spettatori di un mondo in cui le donne diventano padrone di sé». O forse nessuno l’ha espresso meglio di Hina Saleem, la pakistana di Brescia, e di migliaia di sue consorelle sconosciute.

Una guerra che conta migliaia di vittime, dalle donne sconosciute fucilate negli stadi o lapidate per la strada, ai morti illustri d’Occidente, primo fra tutti Theo Van Gogh, regista di quel Submission reo di mostrare una donna musulmana malmenata, sul cui corpo scorrevano sure coraniche: dieci minuti intollerabili per gli intolleranti. Ucciso, sgozzato, il 2 novembre 2004, dal ventiseienne (olandese integrato-integralista) Mohammed Bouyeri. L’idea dell’Olanda patria della tolleranza che tramonta, sotto il peso del passato (il primo politico assassinato con arma da fuoco fu olandese, nel 1584, per non ricordare Anna Frank e le migliaia di deportati), e soprattutto dal futuro. Un olandese su 16 è musulmano, nel 2020 le attuali minoranze saranno maggioranza ad Amsterdam, l’Aja, Rotterdam e Utrecht.

Ian Buruma, storico di nascita olandese ma a New York da trent’anni, saggista di fama internazionale (Occidentalismo - L’Occidente agli occhi dei suoi nemici, Il prezzo della colpa), si occupa del caso-simbolo di Van Gogh nel suo Murder in Amsterdam. The Death of Theo van Gogh and the Limits of Tolerance (Omicidio a Amsterdam. La morte di Theo Van Gogh e i limiti della tolleranza), in uscita negli Stati Uniti e a breve in Inghilterra, che già suscita schiere di avversari ed elogiatori: i primi lo accusano di mollezza e snobismo, i secondi lo lodano per lo sforzo di verificare sul campo i limiti del multiculturalismo, lontano dagli “alti ideali” dell’utopia dell’integrazione e dalla demagogia, ben più vivo, quotidiano, reale.

Buruma raccoglie le ironie contro «la Chiesa della sinistra», il collasso delle ideologie, anche se in questioni cruciali come queste saltano gli stereotipi di destra e sinistra. La sinistra accoglie, in nome del multiculturalismo? Hirsi Ali, accolta e integrata, lo considera un delitto. La destra è ostile agli immigrati? Semplicemente perché stranieri o perché latori di violenza e intolleranza? Al di là dei revisionismi, dei distinguo, dei “se” e dei “ma”, delle posizioni di comodo, lo scetticismo beninformato di Ian Buruma ha il pregio di fornirci l’unica arma che può fare la differenza in questa guerra: il dubbio.

Spettacolo, Cronaca e Società, Cultura28 September 2006 10:55 am

Mozart censurato: «Offende l'Islam»

Ha a dir poco dell’incredibile la scelta della «Deutsche Oper» di Berlino di togliere dal cartellone Idomeneo, re di Creta di Wolfgang Amadeus Mozart, per la scena in cui si esibisce la testa mozzata di Maometto, peraltro insieme a quella del Cristo.

Scelta motivata da un moto di ribellione cristiano? Certo che no, e ad affiancare la guerra preventiva arriva la paura preventiva: il timore era quello di irritare la sin troppo frequente suscettibilità islamica.

Duro il commento del cancelliere tedesco Angela Merkel. «L’autocensura dettata dalla paura non è accettabile. Dobbiamo fare attenzione a non indietreggiare sempre di più davanti alla paura di fondamentalisti violenti», ha avvertito. La vicenda è finita in prima pagina sui giornali tedeschi, che pressochè all’unanimità condannano la decisione della soprintendente Kirsten Harms, l’autrice del “vil rifiuto”.

Divisione invece nella compagine di quella che si è temuto potesse divenire la parte lesa. Il presidente delle comunità turche in Germania, Kenan Kolat, ha parlato di decisione «scandalosa» che «sottomette l’arte alla religione come avveniva nel Medio Evo». Di avviso opposto si è dichiarato invece il segretario generale delle comunità islamiche, Ali Kizilkaya, il quale ha spiegato che per «motivi di sensibilità» nei riguardi dei musulmani lo spettacolo non sarebbe mai dovuto andare in scena.

Se la sovrintendente teatrale che ha azzerato Mozart soffra di attacchi isterici o se la sia fatta sotto, per citare alcuni prosaici commenti di cui l’hanno gratificata in patria, non è dato saperlo. Quello che appare invece certo è che, per non urtare la sensibilità dei fanatici, ormai ogni pretesto è buono per fare un passo indietro, rinununciando a un pezzo dopo l’altro di libertà di espressione, di parola, di cultura, di arte, di idee. A quando la soppressione della Butterfly, nel timore di offendere il nipponico amor proprio? Di Mozart ci rimane il Requiem: teniamocelo stretto, ci servirà.

Cronaca e Società, Cultura, Politica25 September 2006 9:23 am

I libri fanno bene all'economia (e chi li legge). Parola di esperti.

Esiste un nesso tra la scarsa propensione degli italiani a leggere libri e l’andamento a dir poco anemico del nostro Pil? Gli editori - forse con una punta di malizia - sono convinti di sì e, dati economici alla mano, propongono al governo una campagna nazionale per la promozione della lettura.

Il quadro che emerge dal Libro bianco dell’Aie (Associazione Italiana Editori) è decisamente scoraggiante. Nel 2005 il 57,7% degli italiani sopra i sei anni non ha letto neppure un libro; un altro 20% ha letto solo da uno a tre libri. I lettori definiti “fortissimi”, che leggono 20 o più libri all’anno, sono scesi al 9%. E anche il divario tra Nord e Sud si è accentuato negli anni: nel Meridione solo il 30% ha letto almeno un libro nel 2005, contro il 50,4% del Nord.

Il paragone con gli altri Paesi europei è allarmante, ed è qui che entra in gioco il Pil. In termini di libri letti e di spesa pro-capite per acquistarli, l’Italia è terz’ultima, seguita solo da Grecia e Portogallo. Una ricerca economica ha messo in luce, regione per regione, un’impressionate parallelismo tra numero di libri letti e rispettivo contributo all’economia nazionale: se la Calabria, ad esempio, avesse avuto negli anni Settanta il tasso di lettura della Liguria, oggi avrebbe una produttività di 50 punti più alta.

Finora, l’idea di una campagna nazionale per la lettura ha raccolto il plauso del presidente di Confindustria, Luca di Montezemolo, mentre Fabio Mussi, ministro per la Ricerca, si è impegnato a caldeggiare la proposta in Consiglio dei ministri. Il governo, da parte sua, ha sta progettando un primo abbozzo di campagna promozionale in televisione.

Tra il serio e il faceto, Cronaca e Società, Cultura23 September 2006 12:33 pm

...dello scrittore.

Uno scrittore affermato guadagna 17,5 euro l’ora, un idraulico 166,6. E’ quanto emerge dalla comparazione fra due mestieri fatta da Caterina Soffici per il «Giornale». Si arriva infatti al magro mensile di 1.540 euro per lo scrittore e a quello di 14.660 euro dell’idraulico: differenze di reddito che inevitabilmente producono differenze di civiltà.

Insomma, scrittori best seller eslusi, la categoria se la passa maluccio. La Soffici ritiene così di spiegare perché «l’idraulico ha la casa al mare, viaggia minimo in SUV e fa le vacanze ai tropici mentre lo scrittore affermato no».

Ma il dubbio rimane: perché tutti vogliono fare gli scrittori e non si trova mai un idraulico? Domanda ingenua, se prima di porsela non si pensa a dove mettono le mani gli uni e a dove le mettono gli altri.
Anche se poi, in fin dei conti, quello che si tocca è lo stesso.

Letteratura e libri, Cultura21 September 2006 9:19 am

Lo stil molto novo dello Zanichelli 2007

Ero a casa comodoso e sono andato a smucinare tra le mail: quei furbetti m’hanno riempito la casella di phishing. E’ tutto un magna magna. Ora vado a fare un po’ di parkour al bioparco con quel gruppo di lampadati. Slang giovanile? No, è lo stil molto novo dello Zingarelli 2007.

Nell’ultima edizione del più famoso tra i vocabolari, si annunciano sorprendenti novità, e smucinando tra le pagine risultiamo un cicinino più furbetti e morbidosi, incalliti giocatori di Sudoku e lampadati.

Un lungo lavoro redazionale che non rincorre forzatamente neologismi o esotismi - come specifica lo stesso editore - ma si basa su una fusione di strumenti lessicografici vecchi e nuovi, incorporando nello studio testi antichi e letterari, banche dati di periodici e i motori di ricerca di Internet.

Nella ricerca delle 1700 nuove voci di questa ultima edizione, ci si è ispirati alle accezioni della cronaca, che parla di maxiemendamento, eurocommissario e quote rosa, senza dimenticare fatti di attualità come i numerosi infanticidi ai danni della propria prole che nel gergo diventano figlicidi, nell’attesa che l’uxoricidio si trasformi in moglicidio o mariticidio.

E per l’italiano sempre più giocoso, novità anche nell’intrattenimento. Dal bingo al Sudoku, all’espressione ritirare la maglia, per chi sceglie di ispirarsi alla contemporaneità post-mondiali, tra finti reality e veri moviolisti (e viceversa).

Interessante anche la volontà di rimanere al passo coi tempi, anche con gli strumenti interattivi. Nel CD-ROM allegato si trova la flessione di tutti lemmi che permette di ripescare la parola di origine, ascoltare la pronuncia di termini stranieri entrati nell’uso comune, divertendosi anche a cercare anagrammi, palindromi, bifronti e antipodi nella sezione “Giochi con le parole”.

Letteratura e libri, Cultura19 September 2006 2:00 pm

Narrativa verista e spietata

Cemento grigio, rabbia e rassegnazione del colore delle fiamme che divampano dalle auto. Nonostante i grandi media non ne parlino più, la grande rabbia della rivolta del 2005 non si è spenta nelle promesse e nella retorica del governo francese. Perché ora è la stessa banlieue a scrivere, raccontandosi, collocandosi come una delle maggiori novità letterarie di questo autunno.

Una narrativa cruda, spietata e verista, al pari di un’arma di lotta, che si guarda e si racconta senza paure. Una nouvelle vague che non usa la letteratura per riuscire o per fuggire, semmai per affarmare l’orgoglio della banlieue. Gli eroi sono ragazzi alla deriva, innocenti e cattivi allo stesso tempo, figli di immigrati, ma nati in Francia.

I nomi sono tanti. Mohamed Razane, con Dit violent (Dito violento), storia di Mehdi, 18 anni di odissea, un’educazione fatta di botte e umiliazioni, un padre violento e una madre piegata dalla fatica. Mehdi è “killer pit”, blocco G, quartiere di Doumiert. Ha ucciso a pugni il padre: per vendicarsi, per sé stesso, per la madre, per quello che ha intorno. Otto anni di galera. Ucciderà ancora, «perché voi pensate che io aspetti che la vostra giustizia repubblicana, la giustizia dei ricchi, faccia i suoi comodi! E invece noi l’abbiamo già la giustizia, quella dei ragazzi di strada che sta sulla punta del mio mitra».

Faïza Guène nel suo Du rêve pour les oufs (Sogno per i pazzi) usa invece il codice dell’ironia, ma non è detto che il risultato sia meno duro. Questa dolce ventunenne ha già venduto 300mila copie con il suo libro d’esordio, e nonostante il successo e i soldi vive sempre lì nel suo HLM di Courtilliers in Seine-Saint-Denis, «perché se andarsene vuol dire avercela fatta, allora vuol dire che restare è una sconfitta e questo non mi piace». Ha rifiutato la possibilità di iscriversi a una Grande Ecole, «non fa per me», ma è contenta quando vede che il suo best-seller è adottato nei licei come Proust o Balzac.

Molti, anche il suo editore, l’hanno ribattezzata «la Sagan delle cités», ma lei è Alheme, cittadina di Ivry, non a caso il luogo dove la morte di due adolescenti ha scatenato l’insurrezione. “Alheme” vuol dire sogno, ma lei che ogni trimestre si mette in coda davanti alla prefettura per avere i papiers, la carta di identità, ancora si imbarazza alla domanda «quali sono i suoi progetti di vita?» in agguato sul questionario da compilare per avere un lavoro a tempo. Per sognare canta le canzoni di Diams, l’unica rappeuse femmina. E legge le lettere della zia rimasta al villaggio algerino dove sua madre è stata uccisa durante la guerra con i fondamentalisti, dove la zia la invidia perché è riuscita ad andare in Francia. Integrazione.

Cronaca e Società, Cultura, Politica17 September 2006 5:22 pm

Abusivismo e incuria minacciano i luoghi simbolo del Belpaese

Case costruite su terreni vincolati, in aree catalogate come patrimonio dell’umanità, che fanno del marchio Unesco un valore aggiunto sul mercato dell’abusivismo. Senza vergogna.

Estate da incubo per i siti del nostro Paese. Dai centri storici snaturati dal turismo di massa come San Gimignano, che ad agosto ha registrato un tale incremento di presenze “mordi e fuggi” da far temere per la sopravvivenza del borgo stesso, alle 42 villette con piscina pronte ad essere edificate a Corniglia, nelle Cinque Terre, in quel fragile lembo di Liguria ancora immune (o quasi) dagli sfregi del cemento, l’intera lista italiana dei 41 siti che vantano il marchio di patrimonio dell’umanità gode di cattiva salute. L’ultima minaccia ha luogo a Matera, dove Legambiente ha denunciato la costruzione di un parcheggio sotto i Sassi, inseriti nella lista Unesco nel 1993, recuperati, restaurati, ora di nuovo in pericolo.

Ci sono poi luoghi che potrebbero essere espulsi dalle liste del patrimonio mondiale, come Lipari, dove tuttora non è risolta l’annosa questione delle cave di pomice, o l’area delle Ville Palladiane, se verrà approvato il progetto di un’autostrada che dovrebbe tagliare in due tutta la zona, e quindi distruggere giardini e paesaggi. La perdita del “marchio Unesco” non è cosa da poco, se si pensa che poter scrivere su un depliant che quel borgo, quel castello, quel centro storico, quell’isola fanno parte del world heritage, fa aumentare del 30% i flussi turistici.

Cementificazione bipartisan, se è vero che si percepiscono ora gli effetti del condono approvato dal governo Berlusconi, e sindaci di tutti i colori politici (come il sindaco Ds di Monticchiello) promuovono e difendono le deturpazioni (nel caso del paesino toscano, un nuovo insediamento abitativo di 95 villette già in costruzione alle porte del minuscolo borgo di 150 abitanti, vendute con la segnalazione che si tratta di appartamenti che “sorgono in una zona definita patrimonio dell’umanità”. E la deturpazione diventa un vanto!).

«Il marchio dell’Unesco - spiega Giovanni Puglisi, presidente della commissione italiana per l’Unesco - ha una forte valenza culturale e simbolica, e la commissione può decidere di espellere dalla lista i siti non adeguatamente tutelati, ma sugli abusi devono intervenire le soprintendenze e le procure della Repubblica, e ci vogliono sanzioni forti». Intanto tra e sopra le vestigia dell’umanità spuntano residence, alberghi, casette a schiera, campi da tennis. Colate di cemento a coprire la nostra storia.

Letteratura e libri, Cultura15 September 2006 9:32 am

Rapporto incociliabile?

Tivù e intellettuali. La prima accusa i secondi di snobismo, i secondi la prima di essere in odore di immondizia. Con la nuova stagione dei reality ormai alle porte, perché quando si parla di televisione-spazzautra ad essi corre il pensiero, a riattizzare gli animi arriva l’ultimo libro di Sebastiano Vassalli, La morte di Marx e altri racconti, che conta ventuno apologhi con tanto di morale esplicita (gli autentici racconti hanno la morale implicita) che vertono sugli argomenti più disparati, dalle automobili, alla democrazia, dai reality show all’immigrazione clandestina e altri argomenti d’attualità.

Gradevoli da leggere e come spunti di rilflessione, paiono per la verità un po’ datati, in una sorta di “scoperta dell’acqua calda”. Inutile dire che innumerevoli scrittori hanno già raccontato questo mondo, su cui ormai rimane ben poco da dire.

Dei reality Vassalli si occupa nel racconto “Rocco del Grande Fratello”. La voce narrante è quella di Ketty, una commessa di supermercato, che racconta di aver incontrato Rocco, uno dei protagonisti della prima edizione del più popolare - e controverso - dei reality, e di avere provato una grande emozione. «Mi ha trafitto ma non credo che mi abbia vista. Non ho niente, io, che possa attirare l’attenzione di una persona famosa! Mi sono voltata, e ho visto Rocco che continuava a camminare in un’aureola di luce. Dove stava andando? Dove vanno gli uomini famosi quando camminano per strada?». Ketty, come è evidente, parla una lingua non realistica, stilizzata per gli scopi polemici dell’autore, che vuole sottolineare l’assurda notorietà che deriva dai reality e l’enfatica sottomissione delle masse.

Si va avanti per stereotipi, con Vassalli che non ha il tempo, o la voglia, di ascoltare le commesse vere: qui le commesse sono solo il soggetto di una parabola, come il figliol prodigo della Bibbia o il Candido di Voltaire.

La televisione, da parte degli scrittori, sembra sempre vista dalla luna, soprattutto quelle trasmissioni che più simboleggiano quella parte del mondo televisivo innegabilmente non sempre edificante: talk e reality. C’è sempre, sottinteso o meno, un sorrisetto, «sappiamo che questa è spazzatura… Dio mio dove siamo arrivati». C’è sempre, implicito o meno, il riferimento a una qualità artistica o umana tradita.

Romanzi, questi, forse lontani da quelli inclusivi delle origini aperti a tutte le barbarie e le sottoculture. Compito della letteratura è di capire, prima di risentirsi, scongiurando il rischio di inquinare anche la resistenza morale contro la deriva consumistica e post-moderna con un inutile e dannoso apriorismo apocalittico e nevrotico.

Sebastiano Vassalli, LA MORTE DI KARL MARX E ALTRI RACCONTI
Ed. Einaudi, 2006 - 186 pagine
Prezzo di copertina: € 16,50

Letteratura e libri, Cronaca e Società, Cultura11 September 2006 9:52 am

Le avventure di Corto Maltese al complesso del Vittoriano

Avventura, poesia, viaggi, lo spirito della letteratura sono da sempre gli elementi fondativi delle strisce di Hugo Pratt, che attraverso il suo mitico personaggio Corto Maltese è riuscito ad incarnare profondamente lo spirito del fumetto. Ora alle sua opere Roma dedica una mostra dal titolo «Corto Maltese – Letteratura disegnata».

Nella sala centrale del Complesso del Vittoriano il giornalista Vincenzo Mollica e Patrizia Zanotti hanno raccolto oltre 170 opere che conducono il visitatore nel mondo di Pratt e del suo personaggio simbolo: acquarelli, disegni a china e a pastelli, appunti e tracce di storie mai compiute, dialoghi e schizzi. Ma soprattutto tanto materiale inedito.

Corto Maltese è in fondo Pratt. Il Pratt che a quattordici anni indossa la divisa della polizia coloniale in Abissinia; il Pratt che a diciotto fonda la prima rivista di fumetti a Venezia con un gruppo di amici; il Pratt che vaga per l’America Latina.

Divisa in sette sezioni, la mostra ripercorre i grandi temi della “letteratura” di Pratt: il mare, simbolo del viaggio per eccellenza, le donne, dal fascino esotico, l’amicizia e la magia, l’avventura e la letteratura, gli addii.

Corto Maltese – Letteratura disegnata
Complesso del Vittoriano, Fori Imperiali (Roma) - dal 10 settembre al 15 ottobre
Ingresso: dai 4 ai 6 euro

Tecnologia, Cronaca e Società, Cultura8 September 2006 10:23 am

Buttarsi o evolvere? Il citizen journalism come antagonista

Addio ai quotidiani, simbolo storico del giornalismo e della carta stampata. A lanciare l’allarme alcune settimane fa, passato relativamente sotto silenzio causa l’ottenebrante periodo estivo, è stata un’inchiesta apparsa su The Economist, secondo cui i giornali sarebbero destinati a sparire rapidamente dalle abitudini americane (e mondiali) dal 2043. Nel giro di pochi decenni, la metà delle testate dei Paesi più ricchi potrebbe sospendere le pubblicazioni. Le cause: Internet, weblog e free press (stampa gratuita).

Stando alle cifre, la crisi dei giornali è già una realtà: la loro diffusione è ormai da decenni in costante calo in Europa occidentale e negli Stati Uniti, con una diminuzione del 18% delle persone che lavorano nel settore nei soli Usa. E la condanna della carta stampata non potrà che aggravarsi in futuro se, come è emerso da un recente sondaggio, i ragazzi britannici tra i 15 e i 24 anni passano quasi il 30% in meno del loro tempo a leggere da quando hanno conosciuto la Rete.

A ben vedere, la reale portata della “minaccia virtuale” sarebbe da ridimensionare, quantomeno a fattore aggravante più che scatenante il fenomeno, a favore di altre cause.

E’ da vari anni, ad esempio, che per ridurre i costi, il Quarto Potere ha progressivamente diminuito gli investimenti nel giornalismo investigativo e d’inchiesta delle origini, puntando sull’attrattiva suscitabile con articoli d’intrattenimento vario, accattivandosi la fedeltà di acquirenti - e di non lettori - con milionari scoop di gossip e Dvd in prima visione, con i contenuti a fare spesso da surplus. Se ciò monetariamente rende, ogni guadagno svanisce miseramente nella domanda dell’Economist: «I giornali di oggi sono in grado di sostenere quella cittadinanza informata da cui dipende la democrazia?». Una risposta affermativa non è così scontata.

D’altro canto, il progressivo popolarsi del mondo del citizen journalism, fatto di singoli blogger nel web o del recente fenomeno della free press, permette al lettore “di passaggio” - ma non solo - un materiale sterminato su cui riflettere. Le differenze tra stampa tradizionale e new-press ci sono, in una scena per sua stessa natura affetta da mancanza di garanzie (soprattuto per quanto riguarda il web) e che come i “fratelli maggiori” della carta stampata non si sottrae dal distorcere e travisare i fatti, soprattutto quando entrano in gioco idee e ideologie, guerre e valori. Detto questo, neppure sono da appoggiare supinamente le innumerevoli tesi anti-blog tracciate da varie personalità, tra cui l’Umberto Eco del «su Internet si trova la fuffa peggiore: materiale inerte, esternazioni emozionali da scemi del villaggio, blog di esibizionisti».

L’Economist parla di un giornalismo in evoluzione, che non può non tener conto dei nuovi strumenti di comunicazione. Necessario guardare al web come ad una minaccia, oppure sarebbe meglio fermarsi a soppesare le nuove potenzialità che la carta stampata potrebbe trovarci?

Molti editori si sono già adeguati a quelle che sempre più appariono come le esigenze dei nuovi lettori, estendendo sulla rete i propri servizi informativi. Un recente studio «sul grado di sviluppo della presenza online dei più importanti giornali italiani, attraverso l’implementazione di tecnologie di nuova generazione, quali feed RSS, blog, podcast e altro» dei primi cinquanta giornali italiani per copie vendute a cura di Luca Conti, ha evidenziato come vi sia ancora «una bassa adozione delle opportunità del nuovo web», con registrazioni obbligatorie dell’utente (spesso a pagamento), poca o nulla interattività (solo 12 giornali offrono un forum con il quale il lettore può confrontarsi con la redazione e gli altri lettori), un’offerta multimediale particolarmente povera.

Insomma, i due mondi ancora non collimano, si guardano in cagnesco e si accusano a vicenda. Internet, o meglio chi lo popola attivamente, viene ancora considerato più come una minaccia a interessi professionali, morali e commerciali, piuttosto che una risorsa, il segnale di un cammino evoluzionario cui adeguarsi. E finchè sarà così, il ruolo di Internet non potrà che essere quello dell’antagonista.

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