I figli di Hurin, la fiaba più cupa del professore di Oxford

E’ stato presentato in occasione della Fiera internazionale di Francoforte - il grande appuntamento che fino a domenica raccoglie in Germania gli editori di tutto il mondo - I figli di Hurin, probabilmente la fiaba più cupa che J. R. Tolkien abbia mai scritto, lasciata incompiuta.

A terminarla ha pensato ora il figlio, Christopher Tolkien, già cimentatosi in passato con altri scritti paterni, come il Silmarillion. The Children of Hurin si annuncia come un massiccio epos dedicato alla storia dei figli di Húrin e di Morwen, ovvero Túrin Turambar e Nienor, colpiti dalla terribile maledizione di Morgoth, il primo Signore Oscuro.

Della saga si parlava da mesi, ma dopo l’annuncio della Harper Collins di avere concluso la distribuzione mondiale dei diritti per il nuovo libro (che in Italia pubblicherà la già tolkeniana Bompiani e che negli Stati Uniti uscirà in aprile) finalmente comincia a passare di mano e i traduttori si mettono al lavoro, a preparare il terreno a quello che si annuncia un nuovo grande bestseller. Dalla sua, Tolkien può vantare la forza di numeri puri e semplici, ma impressionanti: 50 milioni di copie vendute finora, ma c’è ancora spazio per crescere.

È qui che si colloca il lavoro del figlio Christopher, che ha pazientemente “resuscitato” le storie fino ad oggi disperse in tre tronconi, cui Tolkien padre mise mano per la prima volta nel 1918. Dopo quasi un secolo non ha però riscritto, ma solo editato i testi, ricavandone un organismo compatto.

I figli di Hurin sono, rispetto agli hobbit del Signore degli anelli, avversari più facili per il perfido Morgoth, il bene ha molte più difficoltà a trionfare sul male e non è detto che alla fine ci riesca, gli elfi e i nani sono un po’ meno nobili e puri. Non è detto che il suo protagonista, nella lotta contro le tenebre e la notte di una Londra spietata, condotta in un impeccabile linguaggio ottocentesco dove si sentono Dickens e Wilkie Collins, Stevenson e Le Fanu, alla fine prevalga. Anzi, per certi versi soccombe, apparentando in questo la sua avventura ai libri più apprezzati della Fiera, nei quali sembra di cogliere una indubbia fascinazione del buio e del male. Nell’opera si ravvedono echi wagneriani ma soprattutto del Kalevala, il poema epico finlandese che Tolkien conosceva molto bene, nonostante non fosse al centro dei suoi studi, focalizzati invece sull’antica filologia germanica.