Letteratura e libri7 October 2006 10:54 am

I figli di Hurin, la fiaba più cupa del professore di Oxford

E’ stato presentato in occasione della Fiera internazionale di Francoforte - il grande appuntamento che fino a domenica raccoglie in Germania gli editori di tutto il mondo - I figli di Hurin, probabilmente la fiaba più cupa che J. R. Tolkien abbia mai scritto, lasciata incompiuta.

A terminarla ha pensato ora il figlio, Christopher Tolkien, già cimentatosi in passato con altri scritti paterni, come il Silmarillion. The Children of Hurin si annuncia come un massiccio epos dedicato alla storia dei figli di Húrin e di Morwen, ovvero Túrin Turambar e Nienor, colpiti dalla terribile maledizione di Morgoth, il primo Signore Oscuro.

Della saga si parlava da mesi, ma dopo l’annuncio della Harper Collins di avere concluso la distribuzione mondiale dei diritti per il nuovo libro (che in Italia pubblicherà la già tolkeniana Bompiani e che negli Stati Uniti uscirà in aprile) finalmente comincia a passare di mano e i traduttori si mettono al lavoro, a preparare il terreno a quello che si annuncia un nuovo grande bestseller. Dalla sua, Tolkien può vantare la forza di numeri puri e semplici, ma impressionanti: 50 milioni di copie vendute finora, ma c’è ancora spazio per crescere.

È qui che si colloca il lavoro del figlio Christopher, che ha pazientemente “resuscitato” le storie fino ad oggi disperse in tre tronconi, cui Tolkien padre mise mano per la prima volta nel 1918. Dopo quasi un secolo non ha però riscritto, ma solo editato i testi, ricavandone un organismo compatto.

I figli di Hurin sono, rispetto agli hobbit del Signore degli anelli, avversari più facili per il perfido Morgoth, il bene ha molte più difficoltà a trionfare sul male e non è detto che alla fine ci riesca, gli elfi e i nani sono un po’ meno nobili e puri. Non è detto che il suo protagonista, nella lotta contro le tenebre e la notte di una Londra spietata, condotta in un impeccabile linguaggio ottocentesco dove si sentono Dickens e Wilkie Collins, Stevenson e Le Fanu, alla fine prevalga. Anzi, per certi versi soccombe, apparentando in questo la sua avventura ai libri più apprezzati della Fiera, nei quali sembra di cogliere una indubbia fascinazione del buio e del male. Nell’opera si ravvedono echi wagneriani ma soprattutto del Kalevala, il poema epico finlandese che Tolkien conosceva molto bene, nonostante non fosse al centro dei suoi studi, focalizzati invece sull’antica filologia germanica.

Letteratura e libri, Cronaca e Società, Cultura, Politica3 October 2006 3:22 pm

Guerra, integrazione, intolleranza e l'arma del dubbio

Una guerra mondiale in corso, certamente una guerra anomala, forse una guerra non dichiarata, ma comunque una guerra. Un conflitto fatto con le bombe, la propaganda, i film, i libri, la musica.

Una guerra motivata non solo dalle religioni o dal petrolio, ma anche dalla volontà di controllare il corpo femminile. E’ lo stesso corpo delle donne il campo di battaglia. Una tesi inconsueta, ben espressa da Adriano Sofri nella prefazione del libro Non sottomessa di Ayaan Hirsi Ali: «Che il corpo delle donne sia il campo di battaglia e insieme la posta del famoso scontro di civiltà sembrava fino a qualche tempo fa un’idea balzana, o provocatoria: ora è quasi un’ovvietà. Ci siamo accorti che anche gli ultimi, quelli che non avevano da perdere che le loro catene, hanno da perdere almeno le loro donne. Quel che più conta, se ne sono accorti loro, gli ultimi: da quando le distanze si sono così accorciate da renderli spettatori di un mondo in cui le donne diventano padrone di sé». O forse nessuno l’ha espresso meglio di Hina Saleem, la pakistana di Brescia, e di migliaia di sue consorelle sconosciute.

Una guerra che conta migliaia di vittime, dalle donne sconosciute fucilate negli stadi o lapidate per la strada, ai morti illustri d’Occidente, primo fra tutti Theo Van Gogh, regista di quel Submission reo di mostrare una donna musulmana malmenata, sul cui corpo scorrevano sure coraniche: dieci minuti intollerabili per gli intolleranti. Ucciso, sgozzato, il 2 novembre 2004, dal ventiseienne (olandese integrato-integralista) Mohammed Bouyeri. L’idea dell’Olanda patria della tolleranza che tramonta, sotto il peso del passato (il primo politico assassinato con arma da fuoco fu olandese, nel 1584, per non ricordare Anna Frank e le migliaia di deportati), e soprattutto dal futuro. Un olandese su 16 è musulmano, nel 2020 le attuali minoranze saranno maggioranza ad Amsterdam, l’Aja, Rotterdam e Utrecht.

Ian Buruma, storico di nascita olandese ma a New York da trent’anni, saggista di fama internazionale (Occidentalismo - L’Occidente agli occhi dei suoi nemici, Il prezzo della colpa), si occupa del caso-simbolo di Van Gogh nel suo Murder in Amsterdam. The Death of Theo van Gogh and the Limits of Tolerance (Omicidio a Amsterdam. La morte di Theo Van Gogh e i limiti della tolleranza), in uscita negli Stati Uniti e a breve in Inghilterra, che già suscita schiere di avversari ed elogiatori: i primi lo accusano di mollezza e snobismo, i secondi lo lodano per lo sforzo di verificare sul campo i limiti del multiculturalismo, lontano dagli “alti ideali” dell’utopia dell’integrazione e dalla demagogia, ben più vivo, quotidiano, reale.

Buruma raccoglie le ironie contro «la Chiesa della sinistra», il collasso delle ideologie, anche se in questioni cruciali come queste saltano gli stereotipi di destra e sinistra. La sinistra accoglie, in nome del multiculturalismo? Hirsi Ali, accolta e integrata, lo considera un delitto. La destra è ostile agli immigrati? Semplicemente perché stranieri o perché latori di violenza e intolleranza? Al di là dei revisionismi, dei distinguo, dei “se” e dei “ma”, delle posizioni di comodo, lo scetticismo beninformato di Ian Buruma ha il pregio di fornirci l’unica arma che può fare la differenza in questa guerra: il dubbio.

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