
Esiste un nesso tra la scarsa propensione degli italiani a leggere libri e l’andamento a dir poco anemico del nostro Pil? Gli editori - forse con una punta di malizia - sono convinti di sì e, dati economici alla mano, propongono al governo una campagna nazionale per la promozione della lettura.
Il quadro che emerge dal Libro bianco dell’Aie (Associazione Italiana Editori) è decisamente scoraggiante. Nel 2005 il 57,7% degli italiani sopra i sei anni non ha letto neppure un libro; un altro 20% ha letto solo da uno a tre libri. I lettori definiti “fortissimi”, che leggono 20 o più libri all’anno, sono scesi al 9%. E anche il divario tra Nord e Sud si è accentuato negli anni: nel Meridione solo il 30% ha letto almeno un libro nel 2005, contro il 50,4% del Nord.
Il paragone con gli altri Paesi europei è allarmante, ed è qui che entra in gioco il Pil. In termini di libri letti e di spesa pro-capite per acquistarli, l’Italia è terz’ultima, seguita solo da Grecia e Portogallo. Una ricerca economica ha messo in luce, regione per regione, un’impressionate parallelismo tra numero di libri letti e rispettivo contributo all’economia nazionale: se la Calabria, ad esempio, avesse avuto negli anni Settanta il tasso di lettura della Liguria, oggi avrebbe una produttività di 50 punti più alta.
Finora, l’idea di una campagna nazionale per la lettura ha raccolto il plauso del presidente di Confindustria, Luca di Montezemolo, mentre Fabio Mussi, ministro per la Ricerca, si è impegnato a caldeggiare la proposta in Consiglio dei ministri. Il governo, da parte sua, ha sta progettando un primo abbozzo di campagna promozionale in televisione.













