Banlieues: la rabbia si fa scrittura

Cemento grigio, rabbia e rassegnazione del colore delle fiamme che divampano dalle auto. Nonostante i grandi media non ne parlino più, la grande rabbia della rivolta del 2005 non si è spenta nelle promesse e nella retorica del governo francese. Perché ora è la stessa banlieue a scrivere, raccontandosi, collocandosi come una delle maggiori novità letterarie di questo autunno.
Una narrativa cruda, spietata e verista, al pari di un’arma di lotta, che si guarda e si racconta senza paure. Una nouvelle vague che non usa la letteratura per riuscire o per fuggire, semmai per affarmare l’orgoglio della banlieue. Gli eroi sono ragazzi alla deriva, innocenti e cattivi allo stesso tempo, figli di immigrati, ma nati in Francia.
I nomi sono tanti. Mohamed Razane, con Dit violent (Dito violento), storia di Mehdi, 18 anni di odissea, un’educazione fatta di botte e umiliazioni, un padre violento e una madre piegata dalla fatica. Mehdi è “killer pit”, blocco G, quartiere di Doumiert. Ha ucciso a pugni il padre: per vendicarsi, per sé stesso, per la madre, per quello che ha intorno. Otto anni di galera. Ucciderà ancora, «perché voi pensate che io aspetti che la vostra giustizia repubblicana, la giustizia dei ricchi, faccia i suoi comodi! E invece noi l’abbiamo già la giustizia, quella dei ragazzi di strada che sta sulla punta del mio mitra».
Faïza Guène nel suo Du rêve pour les oufs (Sogno per i pazzi) usa invece il codice dell’ironia, ma non è detto che il risultato sia meno duro. Questa dolce ventunenne ha già venduto 300mila copie con il suo libro d’esordio, e nonostante il successo e i soldi vive sempre lì nel suo HLM di Courtilliers in Seine-Saint-Denis, «perché se andarsene vuol dire avercela fatta, allora vuol dire che restare è una sconfitta e questo non mi piace». Ha rifiutato la possibilità di iscriversi a una Grande Ecole, «non fa per me», ma è contenta quando vede che il suo best-seller è adottato nei licei come Proust o Balzac.
Molti, anche il suo editore, l’hanno ribattezzata «la Sagan delle cités», ma lei è Alheme, cittadina di Ivry, non a caso il luogo dove la morte di due adolescenti ha scatenato l’insurrezione. “Alheme” vuol dire sogno, ma lei che ogni trimestre si mette in coda davanti alla prefettura per avere i papiers, la carta di identità, ancora si imbarazza alla domanda «quali sono i suoi progetti di vita?» in agguato sul questionario da compilare per avere un lavoro a tempo. Per sognare canta le canzoni di Diams, l’unica rappeuse femmina. E legge le lettere della zia rimasta al villaggio algerino dove sua madre è stata uccisa durante la guerra con i fondamentalisti, dove la zia la invidia perché è riuscita ad andare in Francia. Integrazione.













