Economia e morte

All’ombra della Grande Muraglia c’è un grande Paese in grado di stupire, che si dimena per conquistare il posto che gli spetta sulla scena internazionale. Ma dietro quello stesso muro ci sono uomini ridotti a schiavi, il divieto quotidiano al diritto di pensare liberamente e 10mila esecuzioni l’anno, lugubre primato mondiale. È con queste basi che la Cina sta per compiere, per dirla come Mao Tse-tung, «il grande balzo in avanti»: milioni di prigionieri-schiavi, per criminalità o molto più spesso per dissenso politico, rinchiusi nei laogai, un nuovo nome per i campi di concentramento nazisti e i gulag sovietici.

Di certe cose si sa poco, soprattutto in una Cina che “soffre” di frequenti black-out dell’informazione, anche telematica. Ora, però, una piccola casa editrice di Napoli, L’Ancora, sta per pubblicare un libro che rivela, fin nei minimi e macabri particolari, l’esistenza di questo esercito di non-persone. L’autore è Hongda Harry Wu, un cinese che ha vissuto ben diciannove anni in un laogai e ne conosce sin troppo bene i perversi meccanismi. Ora risiede negli Usa, non prima però di essere riuscito a tornare nel Paese natale e ad aggiungere informazioni di prima mano a quelle personalmente - e dolorosamente - raccolte.

Wu scrive di essere certo di una cosa: attualmente in Cina esistono almeno mille campi di lavoro, estremamente attivi nel sostenere l’economia nazionale. Se in Germania i campi avevano come finalità l’eliminazione fisica del Nemico (ebrei in primis, ma anche zingari, latini e dissidenti politici), se nell’Unione Sovietica i gulag servivano a rinchiudere i nemici della Rivoluzione, i laogai cinesi fanno di più, assommando queste due finalità a quella di produrre beni a costi che in certi casi sono del 70 per cento inferiori a quelli, già drammaticamente bassi, della manodopera locale. In un’ottica economica la morte è un “effetto collaterale” cui ci hanno tristemente abituato.

Lo finalità per chi viene reso schiavo senza appello è quello di una “rieducazione”, che generalmente si protrae fino alla morte in quanto il lavoratore-schiavo fa troppo comodo al sistema. I campi cinesi sono strutturati secondo tre distinzioni: il laogai, cioè il lavoro correzionale penitenziario, il laojiao ovvero la rieducazione attraverso il lavoro, e il jiuye ossia la destinazione professionale obbligatoria.

Dopo la riforma di Deng, l’accettazione di questo sistema di sfruttamento ha in un certo senso modernizzato i laogai, rendendoli più efficienti. Deng ha introdotto una “devolution della barbarie”, decretando che ogni distaccamento diventasse responsabile delle perdite e dei profitti. È la polizia ad organizzare lo smistamento in aziende-paravento, miniere e così via.

La domanda non è se questa relatà esista, ma quanto estesa sia. Hongda Harry Wu scrive che «la stima più prudente comprende trenta, quaranta milioni di persone arrestate e condannate in 40 anni», e oggi il numero totale dovrebbe aggirarsi tra i quattro e i sei milioni.

Molti dei prodotti esportati in Occidente escono da questi campi. Wu cita il vino Dynasty, frutto di una joint venture franco-cinese a Tianjin. Oppure il tè nero Yingten, prodotto dal campo di riforma provinciale numero 7 di Xinsheng. La ditta francese Remy Martin fece autocritica nel 1990: sì, sapeva dell’esistenza del lavoro forzato nelle vigne, e aggiunse che i cinesi nell’86 fecero un passo indietro forse perché avevano trovato «una miglior fonte di lavoro».

Hongda Harry Wu, LAOGAI
Ed. L’Ancora, 2006
Prezzo di copertina: € 13,50