La necessità del dialogo

Nonostante sia sempre stato fondamentale dacchè l’uomo è nato, mai come in questi nostri travagliati decenni il valore del dialogo - nei più svariati ambiti, dal politico al religioso, dal culturale al generazionale, - è ormai universalmente riconosciuto. Un dialogo che avviene non solo in ambiti diversi, ma anche a differenti livelli: ci sono infatti incontri, assemblee e sedi ufficiali create appositamente per condurre confronti bilaterali o multilaterali (penso al G8 o all’Onu); c’è il dialogo intellettuale che avviene soprattutto attraverso lo scambio di riflessioni tra pensatori, esperti e opinionisti (dai circoli culturali ai più moderni forum e blog); c’è il dialogo quotidiano che nasce dal nostro vissuto e c’è infine un ulteriore livello di dialogo: quello tra quanti, al di fuori delle forme ufficiali, ai margini delle agorà intellettuali, si collocano alla frontiera di due mondi e, più o meno consapevolmente, diventano possibili “ponti” fra realtà diverse, eppure limitrofe.

È indubbio che nel dialogo interreligioso, mai così d’attualità come nel nostro tempo, quest’ultimo tipo di “dialogo di frontiera” sia sperimentato - e per alcuni apparirà forse paradossale - da quella particolare forma di vita comunitaria che è il monachesimo. Fenomeno presente dalle origini in tutte le grandi religioni, il monachesimo si pone da sempre contemporaneamente al cuore e ai margini del proprio mondo di appartenenza: al cuore, perché ne interpreta e cerca di viverne con radicalità gli elementi essenziali, ai margini perché rifugge le aule d’autorità e potere di governo.

Ora, proprio questa posizione, mai facile da tenere con discrezione e risolutezza, si rivela spazio privilegiato per il dialogo: la realtà monastica è infatti saldamente attaccata all’identità di un’organismo più vasto - la Chiesa, nel caso del monachesimo cristiano - e nel contempo si ritrova in sintonia con quanti, anche al di fuori di esso, conoscono e vivono esistenze simili (la vita comune e il celibato, l’alternarsi di preghiera, meditazione e lavoro, l’equilibrio tra silenzio e comunicazione, l’obbedienza e il non possedere nulla di proprio).

Per questo può essere interessante per tutti percorrere «l’esperienza spirituale del dialogo interreligioso» a partire dal vissuto monastico in compagnia di Fabrice Blée, docente dell’Università Saint-Paul di Ottawa che da anni si occupa di questo tema, e che ora offre una panoramica storica e teologica dei suoi fondamenti e delle sfide che lo attraversano. Le sedi monastiche cattoliche in Asia e in Africa - sovente nate al seguito di una mentalità di «propaganda della fede» e collaterali a un certo tipo di presenza occidentale - hanno dovuto ben presto fare i conti con la loro duplice collocazione: forte nucleo di una precisa identità religiosa e contemporaneamente forma di vita intrinsecamente portata a un confronto con l’altro privo di secondi fini. Si sono così progressivamente rese conto che «un rapporto costruttivo con le altre religioni può essere considerato non come un ostacolo alla fede cristiana, bensì come l’occasione di approfondirla»: e in questa direzione si sono incamminate, con una consapevolezza via via più profonda.

È questa l’intuizione e l’esperienza che può diventare preziosa anche agli altri “livelli” del dialogo: sapere che nell’incontro con l’altro - il diverso ma simile - nella piena autenticità di entrambe le parti non c’è il rischio di perdere la propria identità, bens’ si ottiene un’opportunità unica per approfondirla, metterla a fuoco, alleggerendola del superfluo e arricchendola del complementare.

Fabrice Blée, IL DESERTO DELL’ALTERITA’. Un’esperienza spirituale del dialogo interreligioso
Cittadella Editrice, 2006 - 312 pagine
Prezzo di copertina: € 18,50