
Società misteriose che perpetuano i loro segreti attraverso i millenni, seguaci di culti proibiti, cospiratori, predatori dell’Arca perduta e cercatori del Graal: tutto ciò che ha a che fare con forze oscure che tramano nell’ombra fa guadagnare, al cinema come in libreria. E chi è in grado di elaborare storie capaci di eccitare l’inconscio è il nuovo profeta, il mago dell’era moderna, cui tanti sono disposti a dare cieco credito.
Il Graal.
Al di là del mito (ben più antico del Codice di Dan Brown) del matrimonio fra Gesù e Maddalena, è certamente quella del Sacro Graal la leggenda para-cristiana più famosa.
Il Graal, coppa miracolosa al cui rinvenimento hanno dedicato la vita centinaia di persone nella storia e che null’altro sarebbe se non una crasi delle parole “Sang Real”, “Sangue reale” - ossia quello di Gesù - affonda le sue origini nella “coppa rituale” (sopravvive più simile nel termine valdostano “grolla”) che i guerrieri celti e germanici ricavavano dal cranio scarnificato del nemico ucciso. «E poi porgendole con un sorriso / Il nudo teschio del padre ucciso / “Orsù Rosmunda, forte esser devi / Rosmunda, bevi!”». Sono versi di Carducci.
Fin qui, nulla da spartire con il Cristianesimo, se non fosse che la Chiesa, non potendo sradicare completamente una simile usanza nelle popolazioni germaniche in via di evangelizzazione, trasformò l’orrenda coppa rituale nel calice in cui Giuseppe di Arimatea raccolse il sangue di Cristo colato dalle sue ferite, facendone una leggenda di straordinario successo, il mito della perenne ricerca della purezza e dell’eroismo. Il Graal da allora fu quindi profondamente legato all’episodio centrale della religione cristiana, la crocifissione di Gesù.
Ma, facendo un passo indietro, quale fu l’origine di tutto questo? Cosa si presume accadde la notte terribile dell’arresto e del processo di Gesù? Ci fu un complotto? Quali poteri politici giocarono le loro pedine sulla pelle di quel giovane profeta disarmato e innocente? Furono gli ebrei presenti quella notte ad esigere l’esecuzione di Gesù o la responsabilità fu dei romani?
Vangeli apocrifi.
Su questo argomento, le fonti più antiche in nostro possesso sono i Vangeli, soprattuto i quattro Vangeli canonici (di Matteo, Marco, Luca e Giovanni). Esistono anche altri vangeli, cosiddetti aprocrifi, molto meno “interessanti” di quanto si voglia far credere, squalificati non perché vittime di una congiura del silenzio o perché rivelatori di cose sconvolgenti (ed economicamente fruttuose per i moderni “svelatori di misteri”) ma perché tardi, fantasiosi ed infondati. I quattro Vangeli canonici si affermarono spontaneamente perché più vicini ai fatti accaduti e perché tramandavano testimonianze, pur filtrate dall’uso catechistico del testo, di testimoni oculari. Sono quindi queste le fonti comunemente accettate come più valide, anche quando, inevitabilmente, si rivelano di parte.
La “responsabilità ebraica”
E’ una questione vessata e dolorosa: «Il sangue Suo ricada su di noi e sui nostri figli!» (Matteo, 27, 25). Fu davvero gridata questa frase fatale in quella notte? E’ questo un problema spinoso e non di poco conto, se si pensa che millenni di persecuzioni antisemite trassero alimento anche da quella frase, quell’invocazione trasformata in tragica profezia.
Molti studiosi ebrei affermano che la responsabilità esclusiva fu dei romani: soltanto loro avevano il potere di applicare la pena di morte. Sulla base di questa constatazione, reclamano dalla Chiesa cattolica una revisione della versione evangelica degli accadimenti, se veramente si desidera una riconciliazione completa con i “fratelli maggiori”.
E’ un dato di fatto che la posizione dei Vangeli canonici sia fortemente filo-romana. E’ un ufficiale romano di stanza a Cafarnao che merita il riconoscimento di Gesù: «Non ho trovata tanta fede in Israele». Ed è di nuovo un ufficiale romano, il comandante del picchetto dell’esecuzione di Gesù, il primo testimone della sua divinità: «Costui era veramente il figlio di Dio!». Ed è la moglie di Pilato, Claudia, che cerca di salvargli la vita: «Non immischiarti nel sangue di questo giusto!» (Matteo, 27,19).
Oltre a ciò i Vangeli tendono chiaramente a scagionare Pilato. Avrebbe condannato Gesù solo perché le autorità religiose di Gerusalemme gli forzarono la mano, inducendo a condannarlo obtorto collo, applicando la lex de maiestate. E’ la motivazione che appare sul titulus: “INRI”, «Gesù di Nazareth re dei Giudei».
Perché mai i Vangeli - e non solo - sarebbero stati antiebraici e filo-romani? La spiegazione che danno molti studiosi di cultura ebraica è che il Cristianesimo, non potendosi affermare in Giudea se non in forma limitatissima, doveva per forza affermarsi nell’Impero romano e doveva quindi trovare un’intesa con quel mondo. Fu così che i “cattivi” divennero, e per sempre, gli ebrei.
E l’intesa, almeno nei primi trent’anni dopo la morte di Gesù, ci fu: l’Impero romano in qualche modo protesse, se non addirittura sponsorizzò, i cristiani. Le tracce sono numerose. Negli Atti degli apostoli, per esempio, è raccontato un insolito episodio che riguarda San Paolo. Questi sta predicando nel cortile del tempio, intento ad annunciare la buona novella, quando scoppia una disputa. La disputa degenera in rissa e Paolo rischia il linciaggio. A quel punto un gruppo di legionari, intenti ad osservare la predicazione, esce dalla fortezza Antonia che è prospiciente il tempio e lo sottrae ad una probabile esecuzione sommaria portandolo all’interno. Il giorno dopo il nipote di Paolo lo va a trovare e gli riferisce che settanta persone hanno fatto giuramento esecratorio, davanti al sommo sacerdote, di assassinarlo. Il ragazzo viene affidato ad un centurione, che lo conduce dal tribuno (la massima autorità militare romana in Palestina) perché gli riferisca ciò che sa. L’indomani il tribuno fa trasferire Paolo a Cesarea sotto scorta di circa cinquecento soldati. Un’enormità per l’epoca. Da questo episodio sembra evidente che l’Impero non solo teneva d’occhio i cristiani, ma era anche interessato a proteggerli.
C’è poi la testimonianza di Tertulliano secondo cui, solo cinque anni dopo la morte di Gesù, Tiberio avrebbe tenuto un senato consulto proponendo che Gesù potesse essere accettato fra gli dèi dell’Impero e chiunque volesse professarne il culto potesse farlo liberamente (Apologeticum, V, 2). Un editto di Milano tre secoli prima. Va detto che molti studiosi moderni, sulla base di considerazioni giuridiche, respingono questa testimonianza, che comunque Tertulliano riporta in un contesto non sospetto e degna quindi di considerazione.
Gesù, nemico politico.
Nell’assassinio di Cristo, la tesi del complotto politico regge? C’è una frase, nel Vangelo di Giovanni, attribuita al sommo sacerdote nei confronti di Gesù: «Meglio che un uomo solo muoia piuttosto che tutto il popolo perisca» (Giovanni, 18, 14). Una frase rivelatrice. Se tutto avvenne come descritto nei Vangeli, la Domenica delle palme Gesù entrò a Gerusalemme come «il figlio di David», tra le acclamazioni della folla che lo considerava l’erede della casa reale d’Israele. E’ ipotizzabile che i capi religiosi, che erano anche i leader politici, a quel punto abbiano temuto una reazione spropositata da parte di Pilato con conseguente bagno di sangue. Avrebbero quindi deciso di consegnare Gesù, mirando a due obiettivi: in un sol colpo prevenire la reazione esagerata di Pilato e sbarazzarsi di un fastidioso oppositore interno, che criticava duramente il mercimonio del culto religioso nel Tempio.
In più, la situazione della Palestina dell’epoca era tesa, divisa tra fondamentalisti fanatici (gli zeloti) e collaborazionisti realistici (come i farisei e i sadducei). Gesù, che pur avendo un seguito popolare enorme fino ad allora non aveva preso una posizione politica («date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio»), avrebbe potuto prenderla in futuro. Una minaccia imponente, quando anche un suo minimo sbandamento avrebbe rischiato di mandare all’aria equilibri delicatissimi. Meglio quindi che morisse subito.
Nell’immagine: “Anima Christi”, Daniel Martin Diaz (olio su legno)














” L’ultimo capitolo del conflitto fra Israele e Palestina è iniziato quando le forze israeliane hanno rapito due civili, un dottore e suo fratello, a Gaza. Un incidente per lo più ignorato dai media, a eccezione della stampa turca.
Il giorno seguente, i palestinesi hanno fatto prigioniero un soldato israeliano e proposto un negoziato per scambiare i prigionieri - ci sono circa 10.000 prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane.
Che questo “rapimento” sia stato considerato oltraggioso, mentre l’occupazione militare illegale della Cisgiordania da parte di Israele e l’esproprio sistematico di tutte le risorse - in particolare l’acqua - venga considerato spiacevole ma inevitabile è un tipico esempio del doppio standard continuamente impiegato dall’Occidente rispetto a ciò che viene fatto contro i palestinesi, sulla terra promessa loro dai vari accordi internazionali da settant’anni a questa parte. Oggi a oltraggio segue oltraggio: missili artigianali incrociano missili più sofisticati. (…)
Le provocazioni e le controprovocazioni vengono ogni volta contestate o acclamate. Ma tutti gli argomenti a posteriori, accuse e promesse, finiscono col fungere da diversivo per allontanare l’attenzione del mondo da una lunga pratica militare, economica e politica il cui fine non è nient’altro che la liquidazione della nazione palestinese. Questa pratica, benchè spesso dissimulata o nascosta, ultimamente sta andando avanti sempre più rapida. E, secondo noi, va incessantemente ed eternamente riconosciuta e contrastata per quello che è. ”
(Noam Chomsky, John Berger, Harold Pinter e Josè Saramago - luglio 2006)
mai salam sadiki
Guerrilla radio
http://guerrillaradio.iobloggo.com/
Comment by guerrilla radio — 23 August 2006 @ 10:47 am
Non capisco cosa c’entri il commento papirico con l’interessante argomento trattato nel post di cui sopra… Ah, già, spam!
Comment by libero pensatore — 23 August 2006 @ 11:47 am