A Milano si sa che Pasquale è uno stupido

Le personificazioni di nomi propri sono frequentissime, da berta «gazza» a checca «omosessuale» a paguro Bernardo, o a prospero, un vecchio nome dello zolfanello.

In quest’ambito ci si imbatte spesso in degradazioni del significato: vedi la singolare fortuna negativa nei vari dialetti del nome Vincenzo, e vedi il lombardo tumás, da Tommaso, col significato di «babbeo», il sardo mengu, da Domenico, «uomo rozzo», piemontese bacicia «babbeo», bernard «sciocco», il milanese pasqual «stupido», il pisano bice «citrulla».

Nel Veneto pantassilea significava «donna grassa e sciatta», in Irpinia e in Lucania iacovella (che alla lettera sarebbe una «azione da Giacomino») era la cosa fatta alla leggera, una chiacchiera insignificante.

Il nome di persona designava spesso oggetti comuni (in Toscana gegia, menica era il vecchio scaldino di terracotta; mapensiamo a grimaldello, da Grimaldo). O dava il nome ad animali, con parentelari vezzeggiativi (caterina la lucertola, la locusta, la libellula, la coccinella). Tra i nomi, larga fortuna è toccata ai più comuni, a Francesca, Maria, Margherita, Antonio, Piero, Gregorio, Cristoforo, Lodovico, Vincenzo, Giovanni, Giacomo. La più larga forse a Martino.

Se scorro il ricchissimo dizionarietto di Manlio Cortelazzo e Carla Marcato osservo che i dialetti hanno talvolta mantenuto in vita nomi propri di personaggi negativi diventati localmente popolari: in Abruzzo marchësciarrë, «prepotente», viene dal nome di un popolare bandito, Marco Sciarpa, che combatté per Venezia contro gli Uscocchi; nel Lazio casc-barronë, «uomo crudele», si rifà al nome del brigante Antonio Gasparone da Sonnino, celebre per le sue scorrerie nella campagna romana, così come masc-triglië «cattivo, malvagio», dal brigante Giuseppe Mastrilli da Terracina, che nel secondo Settecento corse anche lui per lungo e per largo la campagna romana. La sua fama superò i confini regionali, tanto che il detto al n’à fat piò che Mastrell è stato a lungo vivo nel dialetto modenese; e nel Veneto, nella fascia lagunare, si diceva a Chioggia fare de pì de Mastrilo e a Venezia el ghe n’à fato più de Mastrili. Più di Carlo in Francia, insomma.

di Gian Luigi Beccaria
Tuttolibri, in edicola sabato 05 agosto 2006