Letteratura e libri31 August 2006 10:48 am

Ma l'inquinamento ha trovato anche l'Isola che non c'è...

All’apparenza non una novità, che si colloca nel già nutrito filone di avventure di Peter Pan “da grande” (si pensi al divertente film con Robin Williams e Dustin Hoffman, Hook). Invece una novità c’è: la casa editrice Simon & Schuster sta per pubblicare, e lo farà con un lancio clamoroso, Peter Pan in Scarlet, ovvero l’unico seguito autorizzato del celebre romanzo di J. M. Barrie, il giornalista e commediografo inglese padre dell’eterno fanciullo in calzamaglia, portatore dell’omonima sindrome quasi prettamente maschile.

Il motivo per cui, almeno sulla carta, questo libro è diverso da tutti gli altri che si sono più o meno liberamente ispirati al personaggio è che gode dell’avallo degli eredi di Peter Pan, ovvero il Great Ormond Street Hospital for Children di Londra, cui Barrie morendo lasciò tutti i diritti, a patto che l’opera di assistenza ai bambini li usasse unicamente per i suoi fini istituzionali.

Così è stato per molti decenni, ma ora quei diritti stanno scandendo (finiscono nel 2007), ragion per cui l’ospedale ha deciso di sfruttare l’ultima occasione per quella che si annuncia come una strepitosa raccolta di fondi. Due anni fa era stato bandito un concorso per individuare l’autore cui affidare l’incarico, ed era stata scelta una scrittrice per ragazzi piuttosto celebre in Inghilterra, Geraldine McCaughrean, per la sua capacità, sentenziarono in Great Ormond Street, di rispettare il linguaggio e lo spirito dell’originale. Le versioni americane - almeno due - uscite negli anni sfruttando la divergenza tra le leggi sul copyright in Inghilterra e negli Stati Uniti, non avevano queste caratteristiche. Un po’ troppo chiassose, pare. Questa dovrebbe invece essere perfetta, quasi come se l’avesse scritta J. M. Barrie in persona.

Sfidando il ferreo embargo, il New York Times è riuscito ad avere una copia del dattiloscritto, che racconta del ritorno all’Isola che non c’è, vent’anni dopo, quando i «bambini perduti» sono diventati «vecchi ragazzi», Wendy è sposata e fa la mamma. Ma con il magico aiuto di una fatina ridiventano bambini e ritrovano l’isola: in che condizioni, però! Un vero disarstro ambientale, inquinata e violentata da un progresso senza scrupoli. Solo Peter Pan è sempre uguale a se stesso, e li accoglie come se per lui il tempo non fosse trascorso: «Meno male che siete arrivati, stavo morendo di noia».

Il tono sembra tendere ad un politically correct al passo coi tempi. L’autrice ha spiegato, ad esempio, di avere dato a Wendy magiore autonomia, un po’ di «femminismo» in più rispetto ai romanzi di Berrie, che risalgono ai primi del Novecento. Sarà un successo - auspicabile vista la destinazione dei denari raccolti - oppure qualche lettore finirà con il preferire che Peter Pan avesse continuato ad annoiarsi - non narrato - sull’Isola?

Tecnologia, Cronaca e Società, Politica30 August 2006 12:14 pm

In Cina una Wikipedia senza compromessi: beata utopia

«Che Wikipedia sia, ma senza compromessi», così Jim Wales, fondatore della celebre enciclopedia libera e collaborativa, che medita di rendere l’encilopedia nuovamente accessibile agli utenti cinesi.

Wales ha però dichiarato che questo accadrà solo se non verranno chiesti o imposti compromessi sull’indipendenza di Wikipedia. «Una delle cose più importanti per me e per l’intera comunità Wikipedia è che qualcosa si renda disponibile in Cina non sia vista come quello che Google ha fatto, accettando compromessi sul piano della censura».

L’idea di Wales, alimentata dall’entusiasmo degli utenti cinesi, oggi costretti perlopiù ad accontentarsi di una enciclopedia censurata filtrata “per il loro bene” dal regime, è che «un conto è che ci siano modifiche alla policy che possiamo accettare, lo facciamo già in Germania, o sulla qualità, un altro è pensare che occorra chiedere un’autorizzazione al governo cinese per ogni nuova cosa che pubblichiamo», come pretenderebbe il regime comunista.

Secondo Wales le scelte del regime cinese nel censurare Wikipedia rappresentano «un grosso errore» se si considera la neutralità politica che da sempre caratterizza la stragrande maggioranza delle pagine pubblicate dall’enciclopedia.

Le dichiarazioni di Wales non sono casuali. La versione cinese di Wikipedia, nonostante i filtri imposti da Pechino sull’accesso a quelle pagine, già oggi è in piena espansione, potendo contare su qualcosa come 2,7 milioni di pagine, più di 15mila immagini e 85mila voci: tutto materiale realizzato da utenti di madrelingua cinese e letto da utenti di molti diversi Paesi. La crescita è veloce: Wikipedia stima che si superino le 100mila voci entro il 2006.

Letteratura e libri29 August 2006 10:46 am

Severgnini scala le classifiche Usa con la sua Bella Figura

Davvero una bella figura quella che sta facendo Beppe Severgnini in America con il suo nuovo libro sull’Italia spiegata agli stranieri. Dietro il facile gioco di parole con La Bella Figura - A Field Guide to the Italian Mind - titolo con cui il libro è uscito negli States, commissionato e pubblicato da Broadway Books/Doubleday - c’è la sostanza di un successo tanto grande quanto inatteso: quattro edizioni in dieci giorni, con televisioni e giornali ad occuparsene. Ha cominciato Today Programme, talk-show di punta della mattina di NBC, di solito frequentato dalle star hollywoodiane, che a sorpresa ha invitato il quarantanovenne giornalista e scrittore di Crema. È toccato poi al New York Times, che ha promosso l’opera come «Book of the time», il libro del momento. L’ultimo numero di Time Magazine gli ha dedicato un servizio di due pagine, e anche l’Herald Tribune se ne è occupato. Tutto in una settimana o poco più. E l’effetto è stato immediato: l’altro giorno La Bella Figura era terzo tra i Top Sellers di Amazon.com, e ancora ieri sul sito del New York Times la versione online dell’articolo dedicato a Severgnini risultava «the most popular», ovvero la più cliccata.

«Ammetto che una certa attenzione da parte della stampa americana me l’aspettavo - rivela Severgnini - ma sono io il primo ad essere sinceramente stupito». Sorpreso sì, ma felice, perché finora «chi ne ha parlato ha colto il senso del libro. Basta scorrere i titoli: “Un insider spiega l’Italia”, “Come essere italiani”, “Fatevi un giro nell’Italia vera”». Insomma, anche grazie a Severgnini, Oltreoceano hanno compreso che nella Vecchia Europa esiste un Paese reale che va al di là degli stereotipi: l’Italia non è solo l’inferno della mafia o il paradiso delle colline toscane e della buona cucina, ma somiglia piuttosto ad un più prosaico purgatorio quotidiano, fatto di episodi che fanno andare in bestia e di aspetti che mandano in estasi.

«Siamo un Paese complesso, non sempre facile da leggere né da capire. Occorre un’indulgenza preventiva» dice l’autore, che il 6 settembre inizia da Toronto un tour promozionale che farà tappa anche a New York, Boston, San Francisco, Seattle e Washington DC. «In Ciao America (successo letterario di Severgnini del 2002) ho raccontato gli Stati Uniti agli Americani attraverso stereotipi, un po’ come fosse la nostra Toscana. Ora invece spiego loro l’Italia come fosse l’America, un Paese serio».

Il libro, uscito da noi l’anno scorso per Rizzoli con il titolo La testa degli italiani (ma l’edizione americana ha un capitolo in più) sarà presto tradotto in altre sei lingue tra cui francese, tedesco e russo. Il tutto naturalmente a beneficio di chi da fuori vuole conoscere l’Italia di oggi e magari pure visitarla. A proposito, il turista che capisce «the italian mind» e fa pure una «bella figura», non è quello che «gira dieci città in quattro giorni - conclude Severgnini - ma quello sta seduto al bar della piazza guardandosi attorno con calma e pazienza».

Dieci giorni, trenta luoghi. Dal Nord al meridione, dall’alimentazione alla politica, dai recinti della morale allo zoo della televisione. Un’esplorazione ironica, metodica e sentimentale che aiuterà il lettore a capire perché - scrive l’autore - «l’Italia ci manda in bestia e in estasi nel raggio di cento metri e nel giro di dieci minuti». Are you ready for the Italian jungle?

Beppe Severgnini, LA TESTA DEGLI ITALIANI
Ed. Rizzoli, 2005 - 252 pagine
Prezzo di copertina: € 16,50

Letteratura e libri, Tecnologia28 August 2006 9:59 am

Rivoluzione Web e controrivoluzione “proprietaria”: il controllo della libera circolazione delle idee.

Dopo la rivoluzionaria invenzione del Web, è in atto una controrivoluzione: quella “proprietaria”, di chi detiene i diritti contro la libera circolazione delle idee. La Rete, che da quando è nata ha permesso lo sviluppo di un cyberspazio aperto al fluire delle idee del nostro tempo, si sta restringendo giorno dopo giorno - sia dal punto di vista tecnico che da quello legale - sotto i colpi dei grandi gruppi di interesse economico, che puntano di spartirsela come un bottino di guerra.

Fine delle idee come “beni comuni”, i cosiddetti “Commons”, identificati ai tempi della Rivoluzione industriale e giudicate cruciali per il fiorire di creatività e innovazione?. Forse non ancora, ma sono in pericolo, e vanno difesi strenuamente. E’ questa la tesi di Lawrence Lessig, giurista ed intellettuale di fama internazionale per il suo impegno nella difesa dei diritti digitali, paladino del futuro delle idee e della cultura libera. Da meno di un mese il suo ultimo libro, Il futuro delle idee, tradotto per Feltrinelli da Leonardo Clausi, è disponibile nelle librerie italiane. Pubblicato negli Usa quasi quattro anni fa, è ancora oggi più attuale che mai.

Lawrence Lessig è professore di giurisprudenza presso la Stanford Law School, fondatore dello Stanford Center for Internet and Society, presidente dell’organizzazione no-profit Creative Commons (chi ha un blog certamente la conosce), oltre che membro del direttivo della Public Library of Science, della Electronic Frontier Foundation, della Free Software Foundation e di Public Knowledge. Incluso per due volte nell’elenco dei «50 visionari» da Scientific American, è autore anche del libro Cultura libera (pubblicato da Apogeo nel 2005).

Contro «una nuova fase di recinzioni», che già aveva segnato l’accumulazione originaria del capitale, Lessig entra nel merito della proprietà privata delle idee (cioè la proprietà intellettuale, brevetti e copyright) e presenta le possibili soluzioni per riportare la proprietà intellettuale al suo fine originario: non la tutela degli interessi delle aziende monopoliste, bensì la protezione del lavoro e della creatività dei singoli.

Un tema certamente complesso, ma cruciale: «Chiunque ci tenga a lasciare ai nostri figli un mondo migliore deve leggere questo libro», dichiara Tim O’Reilly, editore-guru dei media digitali. «La questione chiave dell’era digitale non sarà stabilire se siano il governo o il mercato a controllare una risorsa, ma se una risorsa debba essere effettivamente controllata. Solo perché il controllo è possibile, non ne consegue per forza che sia legittimato. In una società libera, il peso della legittimazione dovrebbe piuttosto ricadere su colui che difende i sistemi del controllo», scrive Lessig.

Molti tipi di risorsa devono essere controllati per incentivarne la produzione. Ci sono però risorse che guadagnano un valore unico nell’essere mantenute libere anziché soffocate dal controllo, e secondo Lessig «una società matura realizza questo valore proteggendo le risorse sia dal controllo pubblico sia da quello privato». Ma proprio mentre la rete Internet ci ricorda il valore della libertà, le lobby industriali stanno spingendo le istituzioni politiche e sociali di mezzo mondo a passare leggi e decreti per controllarla. Per difendere la diffusione e la condivisione delle informazioni, Lessig ci ricorda che quella dei Commons è una lezione che dobbiamo imparare da capo, a costo di batterci contro le attuali leggi sul copyright: perché in una società libera non bisogna essere sempre costretti a chiedere il permesso, soprattutto quando si tratta di far valere i nostri diritti.

E Lessig non si limita - come molti - a scriverlo o a parlarne: attivamente impegnato in varie attività, già nel 2001 ha co-fondato Creative Commons (cc), organizzazione no-profit dedicata a permettere a quanti detengono diritti di copyright di trasmettere alcuni di questi diritti al pubblico e di conservarne altri, per mezzo di una varietà di licenze e di contratti che includono la destinazione di un bene privato al pubblico dominio o ai termini di licenza di contenuti aperti (”open content“).

«Nel passaggio da un mondo analogico a un mondo digitale, ci sono grandi opportunità e grandi minacce», sostiene Richard Owens, portavoce della Wipo (World Intellectual Property Organization), l’agenzia dell’ONU che si occupa dei problemi legati alla proprietà intellettuale. Per questo - continua - «Creative Commons offre una grande promessa».

Lawrence Lessig, IL FUTURO DELLE IDEE
Ed. Feltrinelli, 2006 - 272 pagine
Prezzo di copertina: € 16,00

Parole parole25 August 2006 6:39 pm

I Borromini discendono da ciabattini ambulanti

È bello sapere qualcosa dei nomi che portiamo. Vi si sono deposte tracce del passato. Per esempio, un cognome come Viscardi, o Biscardi (cognome meridionale), denuncia la sua origine normanna, confermata non solo dal soprannome del condottiero Roberto il Guiscardo, ma anche dal francese antico guiscart, guiscard, che voleva dire «scaltro»: di qui il siciliano viscardu, biscardu «astuto» e il calabrese biscardu. I nomi segnano l’alternarsi e il sovrapporsi di secoli, di culture, di strati linguistici diversi. Anche i nomi di battesimo vengono da lontano e da aree diverse. In Italia ce ne sono di ebraici, greci, latini, germanici: ebraico è Giuseppe, dal verbo josaph «accrescere» (ha dunque valore augurale «[Dio] accresca [la nostra famiglia])», greco è Aléxandros, alla lettera «protettore di uomini», pure dal greco Irene, da eiréne, «pace», dal tardo greco e bizantino Georghios, greco antico georgós «agricoltore», proviene Giorgio, e di origini etrusche (poi adottati dai romani) sono Tullio, Tarquinio, latino è Vincenzo «colui che vince, il vincitore», germanici Alberto, Aldo, Guglielmo, Lodovico, Luigi, Carlo, Franco, Raimondo, Roberto, Federico.

Molta parte dei cognomi si collega a dei mestieri. Anche in latino Marcus Tullius Cicero ricorda un ramo della famiglia che coltivava i ceci (a meno che uno dei suoi antenati non avesse una verruca sul viso). Nome di mestiere era anche Barroero, Bariviera (fr. ant. berruier, prov. berrovier, e ant. veneto baroéro, it. sec. XIII barroviere «soldato a piedi», ma anche «ribaldo, sbirro»), perché gli antichi «berrovieri», abitatori del Berry in Francia, figuravano tra i più temuti componenti degli eserciti di ventura. Anche Trapattoni, Trabattoni, cognomi di origine lombarda, vanno connessi col pavese trabatón, accrescitivo di trabát «crivello da granoturco», da trabatá «crivellare, lavorare col crivello». Un cognome d’alto lignaggio come Borromini deriva da un semplice Bormín, chi veniva da Bormio, che nella realtà indicò in Lombardia, e per secoli, gli ambulanti, i borromini che andavano di paese in paese a fabbricare o ad aggiustare le scarpe.

articolo di Gian Luigi Beccaria
Tuttolibri, in edicola sabato 26 agosto 2006

Letteratura e libri 9:46 am

O sì?

Quante volte casi psichiatrici, più o meno gravi e violenti, dalle piccole insicurezze agli impulsi omocidi dei serial killer, sono stati catalogati come “colpa delle madri”? Infinite. Carenze di affetto o troppe attenzioni, iperprotettività o disinteresse per i figli, sono solo alcune delle accuse mosse a chi si impegna nel lavoro più difficile del mondo.

A cercare di pareggiare in parte i conti, arriva il libro Non è colpa delle mamme di Gustavo Pietropolli Charmet, psichiatra e psicoanalista, che dopo decenni di psicoterapia e migliaia di casi di cui si è occupato può ben definirsi esperto di adolescenti in crisi e di mamme, in crisi pure loro.

In un libro molto denso, ricco di esempi e casi psicoterapeutici, l’autore, volendo «saldare il suo debito con le mamme», spiega come, attraverso vari stereotipi e credenze spesso fatte passare per scientifiche, psichiatria e psicoanalisi abbiano riversato una «montagna di prove e sospetti sulla colpevolezza della madre».

«Per chi si stava specializzando in psichiatria e si formava per esercitare la professione di psicoterapeuta la suggestione della colpevolezza materna non era facile da esorcizzare», rivela Pietropolli Charmet. Prendere per buona e unica la colpevolezza materna ha comunque rappresentato un errore fatale per entrambe le categorie, delle madri e degli aspiranti psicoanalisti: le prime hanno reagito assumendosi ogni possibile colpa e deprimendosi ad oltranza, mentre chi si proponeva come interprete del disagio difficilmente risolveva le situazioni.

Pietropolli Charmet propone un breve ma efficace riassunto cronologico del “mito della madre cattiva”. «Alla fine degli anni Cinquanta era già disponibile per il giovane studioso di psichiatria una galleria di figure materne colpevoli di crimini piuttosto gravi: un certo tipo di madre costituiva il principale fattore di rischio della schizofrenia; un’altra favoriva lo sviluppo di gravi perversioni e istigava il figlio a vendicarsi diventando quantomeno un serial killer; un’altra ancora…».

Per quanto riguarda gli anni Sessanta e Settanta, di pari passi col diffondersi nella società di altre problematiche giovanili, le madri furono sospettate di avere in qualche modo indotto i figli all’uso della droga e le ragazze alle pratiche anoressiche. Per non parlare dell’autismo, della cui origine la madre è stata ritenuta a lungo la prima responsabile.

È difficile sapere quanti psichiatri e psicoanalisti - uomini e donne - siano oggi passati dalla parte delle mamme, come ha fatto Pietropolli Charmet, che dichiara di essersi emancipato dai modelli e paradigmi prevalenti, in primo luogo «a causa delle prime convincenti documentazioni sull’origine genetica o neurobiologica delle più gravi malattie mentali, come per esempio la depressione maggiore». In secondo luogo è venuta meno l’ipotesi semplicistica e fortemente ideologica che la madre fosse da considerare sempre il primum movens e la causa di qualsivoglia deviazione o problema del bambino, dell’adolescente e in genere di ogni essere umano fatto adulto. Il motivo del venir meno di tale ipotesi è invece da ricercarsi, secondo l’autore, nella più recente teoria dei cicli di vita nello sviluppo. L’intera esistenza umana è considerata oggi come suddivisa in diverse fasce di età, dall’infanzia all’adolescenza, all’età adulta, media o più avanzata, alla vecchiaia, a sua volta ripartita in tappe evolutive. Per quanto l’infanzia abbia sempre una parte notevole nello sviluppo emotivo, cognitivo e sociale di un individuo, anche le successive fasce d’età presentano nuove e fondamentali sfide, e talvolta traumi e cambiamenti con i quali confrontarsi, preparandosi ad accettare i compiti che la vita impone. E anche le responsabilità devono essere equamente distribuite tra le persone e durante i cicli di vita. L’arringa d’assoluzione per le madri è pronta. Non resta che attendere il verdetto.

Gustavo Pietropolli Charmet, NON E’ COLPA DELLE MAMME
Ed. Mondadori, 2006 - 233 pagine
Prezzo di copertina: € 17,00

Letteratura e libri24 August 2006 9:34 am

Dai Templari ai Kamikaze

Oggi c’è un grande interesse per l’arte della guerra. Lo rivela il successo di opere come L’Arte della guerra di Sun-tzu, il maggiore classico di teoria militare dell’antica Cina, o Hagakure di Yamamoto Tsunetomo, che trasmette l’antico spirito Bushido dei samurai sotto forma di brevi aforismi.

Dietro ai manuali di strategia militare si scopre un’idea, una religione che nobilita la lotta. In Oriente come in Occidente le più diffuse dottrine religiose sembrano aver valorizzato in certe pagine della loro storia la forza e la violenza. Questo è vero per le genti del Libro: gli ebrei dell’Antico Testamento, i crociati e gli Ordini guerrieri cristiani, dai Templari agli Ospedalieri, sino ai Cavalieri Teutonici, la setta islamica degli “Hasheshins”, Assassini. Lo stesso vale anche per i culti dell’Asia: basterebbe pensare ai Thug, gli strangolatori devoti alla dea Kali, celebrati da Salgari a Indiana Jones. E persino il buddhismo, la religione pacifica per eccellenza, esibisce i monaci guerrieri giapponesi (”sohei”) o gli imbarazzanti trascorsi del clero tibetano, molto spesso dimenticati. D’altra parte, le spade dei samurai sono al servizio di un sistema sociale fondato sui valori dello spirito.

Difficile tracciare i confini tra laici e religiosi riguardo alla “guerra santa”: concetto che, purtroppo, torna di moda dopo l’11 settembre. L’Occidente sembrava averlo cancellato con l’Illuminismo, quando invece i kamikaze del Medio Oriente, emuli dei giapponesi, ripropongono un’interpretazione estremista del “jihad”. Un filo sottile sembra unire, nel tormentato itinerario della Storia, i Templari ai terroristi.

In questo libro Leonardo Vittorio Arena mescola basi filosofiche e narrazione, con un occhio alla storia non tanto del “quando”, ma del “come” e “perché”. Vi si scorge un tentativo di dare risposta a domande sempre attuali: cosa vogliono, e perché lottano i guerrieri dello spirito? Che impugni una spada o un mitra, in nome di quale causa la loro mano sembra più salda? Come mai accolgono di buon grado la morte, e sono disposti a darsela? Esiste una guerra giusta? Immortali pedine nell’eterna lotta tra il Bene e il Male, i guerrieri dello spirito ci rammentano il nostro passato, dove i contorni dei due fronti tendono a confondersi. Si sospenda il giudizio sulla loro attività, ma non si può fare a meno di osservarne il conflitto interiore, l’ambivalenza e un senso di colpa appena soffocato che non distolse questi militi dalle loro gesta, destinate a mutare il corso dell’umanità.

Leonardo Vittorio Arena è uno dei massimi orientalisti italiani. Insegna Filosofie dell’Estremo Oriente e Storia della filosofia contemporanea presso l’Università di Urbino, impartisce una tecnica di meditazione basata su spunti buddhisti e sufi e collabora con programmi di cultura spirituale della Radio Svizzera italina. Tra gli altri libri pubblicati: Il canto del derviscio, Samurai, Kamikaze, Il libro della tranquillità, Shobogenzo, La filosofia cinese, Tecniche di meditazione taosita, Del nonsense e Il sogno della farfalla, nonché versioni dell’Arte della guerra di Sun-tzu, Il libro dei cinque anelli di Musashi e Hagakure.

Leonardo Vittorio Arena, I GUERRIERI DELLO SPIRITO. Templari, Cavalieri teutonici, Assassini, Samurai, Kamikaze.
Ed. Mondadori, 2006 - 272 pagine
Prezzo di copertina: € 17,00

Tecnologia, Cronaca e Società23 August 2006 12:23 pm

Couple surfing: la navigazione a due che fa tendenza

Estremismo informatico, voglia di qualcosa di nuovo, dissociazione mentale: usare Internet anche per comunicare quando ci si trova uno vicino all’altra sta diventando una pratica sempre più in voga. La chiamano couple-surfing, letteralmente “navigazione in coppia”, una sorta di dialogo tra muti. Lui e lei si siedono uno accanto all’altro, guardano, navigano, cliccano e comunicano, ma senza proferir parola: il dialogo avviene via e-mail, instant-messenger o blog e il suono della voce è sostituito da quello delle dita sulla tastiera. Normale occupazione di coppia. Che fa tendenza.

Ciascuno dei due naviga su quello che preferisce, poi passa un link, un’immagine o qualcosa di interessante al partner e via, la muta conversazione virtuale è avviata. Ci sono quelli che lo fanno in casa in assoluto silenzio, ma ci sono anche quelli che lo fanno in pubblico, in un Internet café o portandosi il portatile al bar e ordinando pure da mangiare e bere, senza rivolgersi parola.

Gli amanti della navigazione di coppia sono in aumento, e punto d’incontro è il sito iMomus, dove le testimonianze e gli scambi di esperienze sul tema ormai si precano. Si scopre così che il couple-surfing può essere utile per immaginare di vivere in uno spazio più confortevole del monolocale dove in realtà si abita o per comunicare cose imbarazzanti da dire a voce: insomma per tutta una serie di azioni che uniscono due persone e non le dividono.

Un uso forse estremo delle tecnologie, ma senz’altro innovativo e - apparentemente strano a dirsi - aggregante. Dopo tutto a ciascuno è data la libertà di guardarsi quello che preferisce, stando vicini, di fare quello che gli pare e nel frattempo di interagire con il partner. Sempre meglio questo che restare inebetiti davanti a due TV col doppio abbonamento in due stanze diverse.

Spettacolo, Cronaca e Società22 August 2006 6:05 pm

Venezia tra valorizzazione e ghettizzazione

Si preparano tempi duri per i festival cinematografici italiani. Dopo lo scontro tra la nuova rassegna romana e la più tradizionale veneziana, proprio la Biennale torna al centro di furiose polemiche dopo l’annuncio che dall’edizione 2007 sarà previsto uno speciale premio per la “cinematografia omosessuale”.

Dopo qualche anno di semi clandestinità, di proiezioni cittadine in parallelo e conferenze stampa in sale collaterali, le giornate di cinema omosessuale entreranno infatti ufficialmente a fare parte della Biennale. L’intesa è arrivata dopo una riunione tra Marco Muller, Daniel Casagrande, presidente di CinemArte, associazione che organizza le giornate di cinema omosessuale, e Franco Grillini, deputato e presidente onorario dell’Arcigay. Per Muller non si tratta altro che di una legittimazione della storica “apertura” della Mostra verso le tematiche gay. Il premio del prossimo anno servirà a sensibilizzare ancora di più i selezionatori dei titoli sui temi relativi alle differenze sessuali.

Critiche - numerose - piovono un po’ da ogni parte. Torino, città che per vent’anni ha ospitato la rassegna “Da Sodoma a Hollywood”, mostra preoccupazione proprio in termini di selezioni, registi e produttori. Duro anche Vittorio Sgarbi, assessore alla Cultura del comune di Milano, che ritiene che «istituire un premio per la cinematografia gay rappresenta una limitazione della libertà, anzi proprio la fine della libertà gay, considerata tipo ghetto». Niente di peggio che istituire «categorie che delimitano lo spirito attraverso confini sessuali. Sarebbe difficile immaginare un premio Saffo per la poesia, un Proust per il romanzo o un Leonardo per la pittura. Pasolini non sarebbe stato felice di essere premiato come cineasta gay e non perchè cineasta eccellente, e così, credo, Visconti».

I gay, dal canto loro, lamentano soprattutto l’eccessiva concorrenza: sono almeno sei le rassegne omosessuali già presenti in Italia, molte di più quelle nei cinque continenti.

Letteratura e libri, Cronaca e Società21 August 2006 6:28 pm

Liberiamo i libri dagli scaffali

Bookcrossing [s. m.] Consuetudine di lasciare libri in luoghi pubblici, affinché siano ritrovati e letti da altre persone (Concise Oxford English Dictionary).

Il BookCrossing è un mega-progetto gratuito di scambio di libri, primo ed unico nel suo genere, nato nel 2001 da un’idea di Ron Hornbaker, che insieme alla moglie Kaori nell’aprile di quell’anno lanciò il sito BookCrossing.com.

Si calcola che oggi nel mondo siano circa 490mila le persone attivamente coinvolte nell’iniziativa, che si prefiggono di rendere il mondo un’unica, enorme libreria. Secondo gli stessi partecipanti, chi fa BookCrossing «è una persona che ama un libro tanto, ma così tanto da preferire lasciarlo andare anziché trattenerlo, cosicché altri lo possano trovare». “Liberazioni” di libri in luoghi e su mezzi pubblici, in attesa che qualcuno raccolga la sfida di una lettura inaspettata.

Sono tre le “regole d’oro” del BookCrossing:

  1. Leggere un buon libro (che non fa mai male).
  2. Registrarlo gratuitamente presso il circuito unico BCID: la registrazione permette di ricevere un numero identificativo per il libro in questione, da trascrivere sulla copertina o sulle pagine o da annotare sulle apposite etichette pronte da stampare e attaccare sul libro.
  3. Liberarlo per farlo leggere a qualcun altro, passandolo ad un amico, lasciandolo sulla panchina del parco, donandolo a chi non ha i mezzi per poterselo comprare, oppure “dimenticandoselo” in un luogo affollato come un pub o una sala studio. Con il BCID sarà possibile seguire gli spostamenti del libro “liberato” in tutto il mondo, attraverso le notifiche di ritrovamento.

Tutto qui, e si entra a far parte di un “club del destino”, che lega i precedenti liberatori ai futuri lettori, che diverrano a loro volta futuri liberatori, in una catena fatta di pezzi di letteratura.

Se la “filosofia” del BookCrossing vi ha incuriosito, e vi sentite pronti a condividere (pardon, liberare!) i vostri libri per il mondo, oppure se semplicemente volete avere maggiori informazioni, consiglio questi due siti italiani: BookCrossing Italy e BookCrossing Italia. Non solo condivisioni, ma anche raduni, incontri e numerose altre iniziative vi aspettano.

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