Un viaggio tra le ossa e nella storia

Ha da poco riaperto al pubblico dopo 25 anni uno dei luoghi simbolo di Napoli e non solo. E’ il Cimitero delle Fontanelle ai Vergini, nel cuore antico della città, dove sono custoditi i teschi delle cosiddette “anime del Purgatorio”, le vittime delle peste che nel 1656 colpì la città. I resti dei defunti, secondo tradizione, sono “adottati” dai fedeli che pregano per loro e cui si rivolgono per chiedere favori, grazie e aiuti di vario tipo.
Il luogo in cui è posto il cimitero trae il suo nome dalle colate di fango e detriti provenienti dall’erosione del tufo che ammanta le colline circostanti, che formano la cosiddetta “lava dei vergini”. L’origine dell’ossario risalirebbe invece al XVI secolo, quando la città fu flagellata da tre rivolte popolari, tre carestie, tre terremoti, cinque eruzioni del Vesuvio e tre epidemie. Fu qui, essendo il luogo isolato, che vennero raccolti i cadaveri delle vittime. Venne poi la terribile pestilenza del 1656, per cui le cave di tufo divennero luogo di riposo eterno per circa 250.000 cadaveri (secondo altri, le vittime dell’epidemia furono addirittura 300.000).
Ma la popolazione del cimitero era destinata a salire ancora. Nel 1764, anno di un’altra gravissima epidemia, il Cimitero delle Fontanelle fu destinato dal Comitato di Pubblica Sanità a seppellire le salme della popolazione più povera, che non trovava posto nelle pubbliche sepolture delle chiese all’interno della Città.
Di nuovo, nel 1837, per provvedimento del Consiglio Sanitario, in seguito all’invasione del colera morbu, furono portati in questo cimitero altre salme, tra cui, forse, quella di Giacomo Leopardi. Nello stesso anno, in ottemperanza all’ordine di togliere gli ossami da tutti i cimiteri delle parrocchie e delle confraternite e di portarli nell’Ossario delle Fontanelle, un gran numero di carri, scortati da confratelli e guardie, trasportarono in queste grotte cataste di resti mortali.
Il cimitero rimase in stato di abbandono sino al 1872, quando il parroco della chiesa di Materdei, Don Gaetano Barbati, con l’aiuto di alcune parrocchiane mise in ordine le ossa, tutte anonime salvo poche eccezioni, nello stato in cui ancora oggi si vedono: nella navata retrostante la chiesa vennero poste quelle provenienti dallo spurgo delle parrocchie e delle congreghe, per cui essa fu detta “Navata dei preti”. La navata centrale fu invece chiamata “Navata degli appestati” perché in essa vennero stati sotterrati i morti per questo morbo. L’ultima fu la “Navata dei pezzentelli”, che accoglie le ossa della gente povera. Così il cimitero entrò nel costume cittadino.
In seguito cominciarono le adozioni di alcuni teschi che, di solito, venivano messi in teche e venerati per grazia ricevuta, per voto o per fede. Nacquero così numerosi aneddoti, tra cui quelli dei due teschi che sudano, del teschio di Donna Margherita Petrucci e di quello del Capitano.
Nel corpo mummificato di Donna Margherita, ad esempio, il teschio ha la bocca spalancata, come di chi sta per vomitare: per questo si dice che la nobildonna sia morta strangolata da uno gnocco.
Il teschio del Capitano era stato invece adottato da una povera ragazza, che ad esso rivolgeva tutte le sue cure e preghiere, supplicandolo perché le facesse trovare marito. Così avvenne e, prima di andare all’altare, la giovane volle ringraziare il teschio per la grazia ricevuta. Il giorno delle nozze tutti notarono in chiesa di uno strano tipo vestito da soldato spagnolo. Questi, al passaggio degli sposi, sorrise alla ragazza e le fece l’occhiolino. Il marito, ingelosito, lo affrontò e lo colpì ad un occhio con un pugno. Tornata dal viaggio di nozze, la giovane si recò subito al cimitero per ringraziare ancora il suo teschio e lo trovò con una delle orbite completamente nera. Si gridò al miracolo e il teschio in questione fu indicato come il “teschio del Capitano”. In seguito gli furono attribuiti anche altri miracoli.
A chi volesse sapere di più su questo luogo, e magari prenotare un’interessante visita guidata, consiglio questa sezione del sito del Comune di Napoli.













