
Il suo intento era quello di rappresentare, attraverso immagini di bambini che piangono, urlano e si disperano, la rabbia e il tormento che dà il trovarsi di fronte all’attuale situazione politica e sociale e sentirsi impotenti. Ma ora la mostra «End Times» della fotografa canadese Jill Greenberg, organizzata presso la galleria Paul Kopeikin di Los Angeles, si trova al centro di un acceso dibattito che per i toni e le proporzioni che ha assunto ha finito con il coinvolgere alcune fra le più autorevoli testate di lingua anglosassone come il «New York Times», il «Sydney Morning Herald» e il «Los Angeles Times».
Per quegli scatti, che ritraggono piccoli volti in lacrime, l’artista, che nella sua carriera vanta clienti dello stampo di Microsoft, Dreamworks, Sony Pictures, Pepsi, Coca Cola, Paramount, Disney e MTV, è stata accusata da più parti di violenza su minori e di crudeltà, ed è stata paragonata per le sue azioni a Michael Jackson e a Hitler.
Al di là di azzardati accostamenti, per realizzare i primi piani la Greenberg ha applicato la stessa tecnica che si usa in pubblicità o nel cinema: dare in mano al bambino un leccalecca e poi levarglielo, il tutto sempre e costantemente sotto lo sguardo vigile dei genitori dei piccoli ed inconsapevoli modelli. Il tutto passa poi in digitale, per gli aggiustamenti del caso. Tecnica certamente poco “gentile”, ma che appare comunque ben lontana dalla “violenza su minori” che si imputa alla Greenberg.
Esagerazioni a parte, sono in molti ora a domandarsi se sia etico suscitare emozioni negative nei bambini per raggiungere l’effetto desiderato, anche nel caso si tratti di dar forma ad un’idea artistica. D’altra parte, nessuno si è mai chiesto, ad esempio, se i piccoli protagonisti dei “teneri” scatti di un altra famosa fotografa, Anne Geddes, siano felici oppure disorientati e spaventati nel ritrovarsi loro malgrado nei panni di coccinelle, conigli o cagnolini, infilati in vasi con un cappello a forma di peperone, girasole o cactus calzato sulla testa, o messi a dormire in strane posizioni e infilati in una zucca. Per non parlare di molti piccoli protagonisti di pubblicità divenute famose.
Volontà di porre dei limiti all’arte, reazioni alle provocazioni artistiche della Greenberg o veri crucci etici? Alla sensibilità di ognuno e ai posteri - bambini cresciuti - l’ardua sentenza.













