Gran Loggia dei Puffi

I Puffi, simpatici “ometti blu” creati dal belga Peyo (al secolo Pierre Cullifford) in una striscia del 1958, sarebbero in realtà una metafora della massoneria, una loggia segreta della quale il profano Gargamella, che non sarebbe membro della massoneria, cerca di carpire i segreti.

A sostenerlo è Antonio Soro, noto studioso di scintoismo, in un curioso libro dal titolo I Puffi, la “vera” conoscenza e la massoneria (EDES - Editrice Democratica Sarda, 2005): i Puffi rappresenterebbero un esoterismo massonico di natura gnostica che la massoneria moderna, imboccata la via del razionalismo, avrebbe in gran parte smarrito. Nostalgica polemica intra-massonica?

Nel suo percorso per dimostrare questa tesi, Soro parte dai colori della puffesca livrea, primo indizio del coinvolgimento massonico. Il blu è infatti il colore “pneumatico” dei figli del Dio misterioso nelle scuole gnostiche antiche, mentre il berretto bianco rappresenterebbe la purezza cui lo gnostico aspira. Il Grande Puffo, manco a dirlo, sarebbe il “Maestro di Loggia”, vestito – solo lui – con cappuccio e pantaloncini rossi, che rimanderebbero al fuoco dello Spirito e alla simbologia del grado massonico dell’Arco Reale. Se si esclude l’unica femmina, i Puffi sono novantanove, come i gradi di certe massonerie esoteriche e come i saggi vestiti di bianco nella “Nuova Atlantide” di Francesco Bacone, opera che influenzò notevolmente i primi massoni britannici.

Il secondo indizio sarebbero le case dei Puffi: simili a funghi, anzi ad un fungo particolare, l’amanita muscaria, che può essere velenoso. L’iniziato massonico è chiamato a trasformare il veleno in elisir di rigenerazione.

In più, a ben vedere, non si può negare come i Puffi non siano uomini dfatti e finit, bensì poco più che mostriciattoli nasuti e dotati di coda. Nell’interpretazione di Soro questo aspetto è il prodotto della trasformazione in quelli che una vasta tradizione esoterica chiama “pre-adamiti”, esseri vissuti prima di Adamo in uno stato edenico primordiale. E così, come già prima del caos linguistico causato successivo all’episodio biblico della Torre di Babele non era necessario un vocabolario completo, anche nell’edenico stato dei Puffi ci si comprende con poche parole: così il verbo “puffare” sostituisce quasi tutti i nostri verbi, sia nel volersi “puffare una mela” che nel volersi “puffare Puffetta”.

Una vera e propria “Gran Loggia dei Puffi”, insomma, dove l’iniziazione è per sempre (come i diamanti De Beers): se il Puffo Selvaggio è voluto uscire dal villaggio dei Puffi (la “Gran Loggia”) per andare a vivere nella foresta (il mondo profano e arretrato, fuori della massoneria), la porta per lui «rimane sempre aperta, perché egli è sempre – e sempre rimarrà – un Puffo».

E come in un Gran Loggia che si rispetti, non mancano né il supporto cosmologico (nel caso dei Puffi sarebbe la cosmologia gnostica degli Ancients – e non, per usare terminologie massoniche settecentesche, secondo il razionalismo illuminista dei Moderns), né le minacce esterne, simboleggiate da Gargamella. Questi sarebbe infatti il profano, che cerca di entrare nel villaggio-loggia per penetrarne i segreti, senza però mai riuscirci, perché la Gran Loggia rimane chiusa al non iniziato. Gargamella è vestito di nero, il che per Soro sta a rappresentare una “toga ecclesiastica”, da prete o da rabbino ortodosso anti-massonico: «Il Gargamella prete/rabbino è implacabile cacciatore della sapienza massonica, perché la sua tradizione non possiede più quella conoscenza capace di rinnovare l’uomo, di trasfigurare la banale realtà ilica in dorata realtà pleromatica. Egli combatte la massoneria ma allo stesso tempo ne ha bisogno, deve carpirne i segreti da tradurre in una pastorale, per non perdere la base dei fedeli». E per insidiare la Gran Loggia dei Puffi, l’antagonista cerca di rompere l’”androginia divina” che regna nel villaggio del Grande Puffo, introducendovi l’elemento femminile, Puffetta, l’unica Puffa femmina, come nel mito gnostico dalla caduta di Sophia.

E’ bene sollineare come l’opera di Soro nasca da una simpatia per i Puffi: se la si prende troppo alla lettera si rischia di cadere nei rischi che Umberto Eco collegava alla “interpretazione infinita”. Ma i capolavori – e i Puffi, nel piccolo del loro genere, lo sono – sono tali appunto perché sono aperti ad una pluralità di interpretazioni: da villaggio di manichei a rappresentazione delle prime comunità di cristiani, dove Gargamella e Birba diventano Nerone e i leoni del Colosseo (come sostiene Roberto Beretta in un articolo del 27 aprile 2006 apparso sull’Avvenire), le chiavi di lettura si sprecano, e il cappuccio dei Puffi si trasforma nel berretto frigio dei Re Magi, dei sacerdoti caldei e degli adepti dei culti mitraici…

E se in ambito religioso gli accostamenti appaiono già precari, ben più inquietante appare il parallelo tracciato con le creature alte “due mele o poco più” e il nazismo: Gargamella sembra possedere le caratteristiche caricaturali del rabbino (naso adunco, gobba, veste lunga nera), il suo gatto, nella versione inglese, porta il nome ebraico di Azreal, l’angelo della morte, e i puffi praticano forme nazi-platoniche di eugenetica integrale, tutti impegnati a conformarsi fisicamente all’ideale del perfetto Puffo, incarnato da Puffo Forzuto, successore al tempo stesso Faust, Sigfrido e Arbeiter jungeriano. Puffetta è l’unica donna: perfetta ariana, bionda e con gli occhi azzurri.

Non mancano, infine, interpretazioni tutte italiane. Con immenso successo di pubblico, la serie televisiva dei Puffi è andata in onda per la prima volta in Italia all’inizio degli anni Ottanta, contribuendo al lancio delle allora neonate reti Mediaset. E l’elevato gradimento popolare del cartone fu proprio uno degli argomenti che indusse a superare molti degli ostacoli legislativi nello sviluppo delle TV private. Insomma, Forza Italia era di là da venire, ma un popolo azzurro esisteva già.

Ma per chi invece si interessa di cose massoniche, il quesito di Soro rimane: riuscirà Gargamella a “puffare la massoneria”? A giudicare da certe tristi considerazioni dell’autore sulla massoneria razionalista di oggi, sembrerebbe che la risposta sia già implicita e che Gargamella in gran parte se la sia già puffata.