Cultura31 July 2006 4:50 pm

Cimitero delle Fontanelle di Napoli

Ha da poco riaperto al pubblico dopo 25 anni uno dei luoghi simbolo di Napoli e non solo. E’ il Cimitero delle Fontanelle ai Vergini, nel cuore antico della città, dove sono custoditi i teschi delle cosiddette “anime del Purgatorio”, le vittime delle peste che nel 1656 colpì la città. I resti dei defunti, secondo tradizione, sono “adottati” dai fedeli che pregano per loro e cui si rivolgono per chiedere favori, grazie e aiuti di vario tipo.

Il luogo in cui è posto il cimitero trae il suo nome dalle colate di fango e detriti provenienti dall’erosione del tufo che ammanta le colline circostanti, che formano la cosiddetta “lava dei vergini”. L’origine dell’ossario risalirebbe invece al XVI secolo, quando la città fu flagellata da tre rivolte popolari, tre carestie, tre terremoti, cinque eruzioni del Vesuvio e tre epidemie. Fu qui, essendo il luogo isolato, che vennero raccolti i cadaveri delle vittime. Venne poi la terribile pestilenza del 1656, per cui le cave di tufo divennero luogo di riposo eterno per circa 250.000 cadaveri (secondo altri, le vittime dell’epidemia furono addirittura 300.000).

Ma la popolazione del cimitero era destinata a salire ancora. Nel 1764, anno di un’altra gravissima epidemia, il Cimitero delle Fontanelle fu destinato dal Comitato di Pubblica Sanità a seppellire le salme della popolazione più povera, che non trovava posto nelle pubbliche sepolture delle chiese all’interno della Città.

Di nuovo, nel 1837, per provvedimento del Consiglio Sanitario, in seguito all’invasione del colera morbu, furono portati in questo cimitero altre salme, tra cui, forse, quella di Giacomo Leopardi. Nello stesso anno, in ottemperanza all’ordine di togliere gli ossami da tutti i cimiteri delle parrocchie e delle confraternite e di portarli nell’Ossario delle Fontanelle, un gran numero di carri, scortati da confratelli e guardie, trasportarono in queste grotte cataste di resti mortali.

Il cimitero rimase in stato di abbandono sino al 1872, quando il parroco della chiesa di Materdei, Don Gaetano Barbati, con l’aiuto di alcune parrocchiane mise in ordine le ossa, tutte anonime salvo poche eccezioni, nello stato in cui ancora oggi si vedono: nella navata retrostante la chiesa vennero poste quelle provenienti dallo spurgo delle parrocchie e delle congreghe, per cui essa fu detta “Navata dei preti”. La navata centrale fu invece chiamata “Navata degli appestati” perché in essa vennero stati sotterrati i morti per questo morbo. L’ultima fu la “Navata dei pezzentelli”, che accoglie le ossa della gente povera. Così il cimitero entrò nel costume cittadino.

In seguito cominciarono le adozioni di alcuni teschi che, di solito, venivano messi in teche e venerati per grazia ricevuta, per voto o per fede. Nacquero così numerosi aneddoti, tra cui quelli dei due teschi che sudano, del teschio di Donna Margherita Petrucci e di quello del Capitano.

Nel corpo mummificato di Donna Margherita, ad esempio, il teschio ha la bocca spalancata, come di chi sta per vomitare: per questo si dice che la nobildonna sia morta strangolata da uno gnocco.

Il teschio del Capitano era stato invece adottato da una povera ragazza, che ad esso rivolgeva tutte le sue cure e preghiere, supplicandolo perché le facesse trovare marito. Così avvenne e, prima di andare all’altare, la giovane volle ringraziare il teschio per la grazia ricevuta. Il giorno delle nozze tutti notarono in chiesa di uno strano tipo vestito da soldato spagnolo. Questi, al passaggio degli sposi, sorrise alla ragazza e le fece l’occhiolino. Il marito, ingelosito, lo affrontò e lo colpì ad un occhio con un pugno. Tornata dal viaggio di nozze, la giovane si recò subito al cimitero per ringraziare ancora il suo teschio e lo trovò con una delle orbite completamente nera. Si gridò al miracolo e il teschio in questione fu indicato come il “teschio del Capitano”. In seguito gli furono attribuiti anche altri miracoli.

A chi volesse sapere di più su questo luogo, e magari prenotare un’interessante visita guidata, consiglio questa sezione del sito del Comune di Napoli.

Cronaca e Società, Politica30 July 2006 11:35 am

Indulto: beneficiari illustri

Il Parlamento ha approvato ieri l’indulto, uno sconto di pena di 3 anni del quale beneficeranno circa 13.000 attuali carcerati. Dal provvedimento di sconto sono esclusi - mi sento di dire per ovvi motivi - i rei di terrorismo, mafia, pedo-pornografia. Ma a festeggiare per il risultato - oltre alla maggioranza dei parlamentari e ai colpevoli di reati minori - sono anche personaggi di ben altra risma, quelli che stanno sul “retro della medaglia” di una norma da più parti ritenuta positiva e necessaria e che, se fatta in maniera più coscienziosa, sarebbe davvero tale.

Tra i beneficiari in campo economico, va certamente ricordato tra gli altri Callisto Tanzi, protagonista del disastroso crack Parmalat, che per 14 miliardi di euro di passivo societario sconterà 6 mesi di carcere. Sempre nell’affare Parmalat, immediatamente fuori anche Fausto Tonna, condannato a 3 anni. Come dimenticare poi i “furbetti del quartierino” (Fiorani, Ricucci - già uscito -, Consorte, Gnutti): la loro pena verrà annullata.

In odor di politica, tra i condannati illustri a cui gioverà l’indulto ci sarà Cesare Previti, legale di Berlusconi e deputato di Forza Italia già condannato a 6 anni, che verrebbe affidato ai servizi sociali per 6 mesi e poi liberato. Pene dimezzate anche per i devastatori politici di corso Buenos Aires a Milano.

Estremamente preoccupanti sono anche gli sconti ai protagonisti della cronaca nera, da Erika de Nardo, che uccise madre e fratello e che uscirà tra un anno, a Mattia, uno dei minorenni che stuprarono e uccisero Desiree Piovanelli, che vedremo in libertà tra pochi mesi. Più vicini alla scarcerazione anche i colpevoli del disastro aereo di Linate e le esimie Vanna Marchi e figlia, che peraltro godono già di sufficiente libertà.

L’approvazione dell’indulto è avvenuta con 245 voti favorevoli, 56 contrari e 6 astenuti. Numeri da record, che mancano a leggi ben più importanti per il bene del Paese, un risultato che il ministro della giustizia Mastella ha dedicato a Giovanni Paolo II, che nel 2002 aveva chiesto a Montecitorio un gesto di clemenza per i detenuti. Che il Papa mirasse alla scarcerazione di corrotti e corruttori politici, truffatori milionari (in euro) e vandali mascherati da ideologi? Difficile da credere. Strumentalizzazione bipartisan? Ben più probabile.

«È un atto eccezionale - ha dichiarato al settimo cielo il ministro - ora si penserà a interventi di tipo strutturale», prevalentamente atti a limare i problemi di sovraffollamento. Peccato però che nella lineare esposizione logica del ministro Mastella, si infili qualcosa di illogico e forse di volutamente taciuto: le decine di carceri inutilizzate sparse per il nostro Bel Paese, probabilmente destinate a rimanere tali negli anni a venire, cattedrali nel deserto in rovina, a far compagnia ad ospedali e case popolari mai entrati in funzione.

Ma sì sa, quando ci sono amici da salvare, il resto è un dettaglio.

-29 July 2006 1:02 pm

Segnalazioni link a Macchie d'inchiostro

A poco più di un mese dall’apertura di questo blog, ho deciso di lanciare questo post per raccogliere le segnalazioni di blog e siti che linkano questo pezzetto di Rete, che eventualmente mi fossero sfuggiti dall’analisi dei referral.

Lo scopo - al di là dei classici “blogroll”, dei “siti amici” o “suggeriti” - è quello di ricambiare il favore e il piacere di scambiarsi un link, un modo per ringranziare chi è passato di qui e ha deciso di invitare qualcun’altro a fare lo stesso.

Quindi, se non vi trovate nell’elenco a destra e volete esserci, non vi resta che lasciare un commento. Questo post sarà sempre raggiungibile cliccando sul punto di domanda a lato della dicitura «Mi linkano» nella colonna di destra.

Spettacolo, Cronaca e Società, Cultura 10:05 am

Polemiche per gli scatti che fanno piangere i bambini

Il suo intento era quello di rappresentare, attraverso immagini di bambini che piangono, urlano e si disperano, la rabbia e il tormento che dà il trovarsi di fronte all’attuale situazione politica e sociale e sentirsi impotenti. Ma ora la mostra «End Times» della fotografa canadese Jill Greenberg, organizzata presso la galleria Paul Kopeikin di Los Angeles, si trova al centro di un acceso dibattito che per i toni e le proporzioni che ha assunto ha finito con il coinvolgere alcune fra le più autorevoli testate di lingua anglosassone come il «New York Times», il «Sydney Morning Herald» e il «Los Angeles Times».

Per quegli scatti, che ritraggono piccoli volti in lacrime, l’artista, che nella sua carriera vanta clienti dello stampo di Microsoft, Dreamworks, Sony Pictures, Pepsi, Coca Cola, Paramount, Disney e MTV, è stata accusata da più parti di violenza su minori e di crudeltà, ed è stata paragonata per le sue azioni a Michael Jackson e a Hitler.

Al di là di azzardati accostamenti, per realizzare i primi piani la Greenberg ha applicato la stessa tecnica che si usa in pubblicità o nel cinema: dare in mano al bambino un leccalecca e poi levarglielo, il tutto sempre e costantemente sotto lo sguardo vigile dei genitori dei piccoli ed inconsapevoli modelli. Il tutto passa poi in digitale, per gli aggiustamenti del caso. Tecnica certamente poco “gentile”, ma che appare comunque ben lontana dalla “violenza su minori” che si imputa alla Greenberg.

Esagerazioni a parte, sono in molti ora a domandarsi se sia etico suscitare emozioni negative nei bambini per raggiungere l’effetto desiderato, anche nel caso si tratti di dar forma ad un’idea artistica. D’altra parte, nessuno si è mai chiesto, ad esempio, se i piccoli protagonisti dei “teneri” scatti di un altra famosa fotografa, Anne Geddes, siano felici oppure disorientati e spaventati nel ritrovarsi loro malgrado nei panni di coccinelle, conigli o cagnolini, infilati in vasi con un cappello a forma di peperone, girasole o cactus calzato sulla testa, o messi a dormire in strane posizioni e infilati in una zucca. Per non parlare di molti piccoli protagonisti di pubblicità divenute famose.

Volontà di porre dei limiti all’arte, reazioni alle provocazioni artistiche della Greenberg o veri crucci etici? Alla sensibilità di ognuno e ai posteri - bambini cresciuti - l’ardua sentenza.

Tecnologia, Cronaca e Società27 July 2006 10:48 am

Ad Amsterdam una clinica per drogati di videogiochi

Le dipendenze sono un grave problema d’ordine psicologico: sostanze come alcol e droghe possono distruggere un individuo. Ma non sono le uniche. I terapeuti della clinica Smith and Jones di Amsterdam ne sono convinti: la dipendenza da videogiochi, condizione patologica riconosciuta anche dai SERT italiani, è una malattia, che può essere sconfitta solo con un programma di recupero mirato.

Così, oltre a curare tossicomanie da alcol e altre sostanze, la clinica propone un programma ad hoc per i “malati di videogiochi”. Il servizio offerto dagli specialisti olandesi punta al trattamento dei soggetti che non riescono a staccarsi dallo schermo del proprio computer e che hanno perso di vista la vita reale per rincorrere un’effimera esistenza virtuale: le cure della clinica per ludomani - questo la definizione dei “drogati da videgiochi” - si rivolgono infatti alle persone che arrivano a trascurare la propria vita sociale pur di passare molte ore armati di mouse, tastiera e videogiochi, soprattutto multiplayer online.

Si tratta di un fenomeno che colpisce in larga misura i Paesi orientali, soprattutto Cina e Corea del Sud. Il meccanismo che spinge molte persone ad “affogare” i propri problemi dentro un videogioco, spiega lo psicoterapeuta della clinica, Kerry DeVries, sarebbe lo stesso di chi lo fa dentro un bicchiere d’alcol per fuggire dalla realtà. «E’ molto più facile rifugiarsi dentro un videogioco online», spiega DeVries, «piuttosto che affrontare i problemi della propria esistenza personale, lavorativa e sociale».

Il vero problema insorge quando il videogioco crea il cosiddetto “rinforzo psicologico“: il ludomane trae piacere dal gioco e ogni volta che si trova in situazioni difficili del mondo reale, proprio come spesso accade nelle tossicodipendenze, torna immediatamente al proprio mondo alternativo.

Nel frattempo, mentre il numero di studi medici riguardo a questo “lato oscuro” dell’intrattenimento digitale è sempre più ampio, alcuni paesi stanno già correndo ai ripari, promuovendo, come nel caso della Cina, strategie di prevenzione per tutelare i più giovani.

Dipendenze (ed esagerazioni) del ventunesimo secolo.

Spettacolo, Tecnologia, Cultura23 July 2006 3:32 pm

Tutto italiano l'omaggio della tecnologia alla Shoah

Girato con 10 milioni di euro dalla «263 Films» nell’Italia del Nord, tra Milano 2 e il «Raptor Studios» di Busto Arsizio, dal regista Dario Picciau, il nuovo film «Dear Anne» - in cui Anne sarà Anna Frank - suscita già reazioni di grande plauso, soprattutto nella comunità ebraica ma non solo, ottenendo la benedizione dei grandi centri, organismi e musei della cultura ebraica. «Poiché non c’è più Anna Frank e non c’è più la Amsterdam dove era nascosta, degli anni ‘40, vogliamo ricostruirla fedelmente, al millesimo, con le nuove tecniche digitali che in questo momento mi sembrano lo strumento ideale per comunicare - dice l’autore - Non per produrre meraviglia, ma dare un messaggio di ricordo, forse di speranza».

Digital reality, l’uso virtuale dell’immagine reale, è già stato impiegato con ottimi risultati nel film «Polar Express» con Tom Hanks, ma col senno scientifico di due anni trascorsi da allora. Spiega Picciau: «Con la tecnica della motion picture si mettono 72-75 sensori sul volto e sul corpo dell’attore, fissandone i movimenti, ricopiando tutto, dai pori della pelle alle sopracciglia, la struttura ossea e quella molecolare del viso per prendere tutti i dettagli le espressioni possibili. Quindi si registra tutto con una camera a raggi infrarossi, così trasferendo la realtà nel computer con tecnica digitale».

E ad essere riprodotte non saranno solo le persone, ma anche i luoghi, gli oggetti, i paesaggi della città che si vedranno mentre la ragazzina ebrea è segregata. «Tutto sarà uguale a com’era allora, anche la soffitta, anche le strade di Amsterdam», spiega lo sceneggiatore Roberto Malini.

Tecnologia all’avanguardia, ma al servizio di un ideale morale. «Vogliamo un pubblico di giovani, che impari il valore positivo della memoria - continua Malini - non solo un film di effetti speciali. Abbiamo fatto una lunga e meticolosa ricerca storica con immagini, documenti, testimonianze: sarà come un museo in movimento pieno di citazioni visive. L’idea non è quella del remake del Diario, ma di iniziare la storia di Anna oggi in America, a cavallo tra due mondi con una ragazza malata di leucemia che si chiama Emily ed è fatta sulle fattezze della poetessa Dickinson. Col regalo del “Diario” fa un viaggio fantasy e le due giovani si incrociano nei loro infelici destini, poi si torna nel reale».

E non sarà solo Anna Frank la protagonista digitalizzata di un film che è la storia di incontri mai avvenuti, di Anna Frank, di Emily Dickinson e anche di Oskar Schindler, Helga Deen, Sissel Vogelmann.

L’uscita del film, dopo due anni di lavoro di gruppo, è prevista per l’aprile 2007 contemporaneamente in molte capitali della Shoah. Per ora è diponibile un trailer dai contenuti tecnologici già altissimi ma che ancora, come dichiara Picciau, non sono l’espressione definitiva della qualità di rendering raggiunta nella lavorazione.

Letteratura e libri22 July 2006 10:41 am

Tramonto di una sexy pop icon

La virata da icona sexy a icona laicista di Melissa P., al secolo Melissa Panarello, non giova alla vendite. Dall’oltre milione di copie vendute dai suoi «Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire», siamo ora alle 30 mila del testo di sfida al cardinale Camillo Ruini, «In nome dell’amore», caduta non di poco conto se si consedera che il libro ha potuto godere del sostegno del partito della Rosa nel Pugno. Si sa, il “diavolo” rende sempre bene, al cinema, in musica come in libreria, ma per scontrarsi con profitto con l’ “acqua santa” ci vuol forse un talento diverso.

Il calo era già nell’aria: il primo libro di Melissa, edito da Fazi e uscito nel luglio 2003, ha infatti venduto un milione e 400 mila copie in Italia, e vanta traduzioni in quarantadue Paesi e un film del 2005. Poi è venuto «L’odore del tuo respiro», maggio 2005, in concomitanza con il fidanzamento della scrittrice con Thomas Fazi, figlio del suo editore: le vendite del romanzo si sono attestate sulle 230 mila copie. Appena dopo la fine della campagna elettorale 2006 è uscito «In nome dell’amore», lettera aperta al cardinal Ruini sull’ingerenza della Chiesa nella sfera sessuale, un libro nato - secondo l’autrice - «dalla rabbia quando, la morte di Giovanni Paolo II e l’elezione di Benedetto XVI, hanno accentuato un fondamentalismo religioso che credevo esistesse solo nei libri di storia. Credevo che mai nella mia vita mi sarei ritrovata a dover combattere per i miei diritti di donna».

A parte alcune considerazioni sulla reale portata della “minaccia” della dottrina di Benedetto XVI e a parte il fatto che la “dottrina femminista” di Papa Wojtyla era delineata dall’allora cardinale Ratzinger, il libro appare lontano - forse perché privo di quello sbandierato osé che tanto fa vendere, a prescindere dalla qualità letteraria dei contenuti - dalle precedenti performance: senza quelle sessuali, mancano quelle di vendita. I dati della Demoskopea parlano chiaro: nella varia il libro è entrato la terza settimana di aprile al tredicesimo posto, è arrivato sino al ventesimo e poi è uscito dalle classifiche.

Alla Fazi giudicano le osservazioni giornalistiche come «malevoli» e infondate. Con questo libro, Melissa ha comunque ottenuto alcune soddisfazioni, come l’appoggio della Rosa nel Pugno e vari dibattiti politici su aborto e procreazione assistita ai quali è stata invitata. E’ qui che sorge un nuovo dubbio: che Rosa nel Pugno e area radicale abbiano sbagliato a puntare su Melissa come icona laicista? «Nessuno aveva scelto Melissa come icona laica», assicura Daniele Capezzone, deputato della Rosa nel Pugno. «Il nostro coinvolgimento nella presentazione del libro e nei dibattiti è stato determinato dall’impegno a dar rilevanza a tutti coloro che criticano le scelte in tema di sessualità e famiglia del Vaticano». «Noi non arruoliamo nessuno - spiega Capezzone - Melissa mette in luce in chiave pop questo aspetto, che altri evidenziano in termini più filosofici».

In area cattolica la soddisfazione per quella che viene definita «un’accozzaglia di banalità, scritta da chi crede che la Chiesa sia fatta da statue di gesso che non conoscono la natura umana» è palpabile. «La Chiesa dà i precetti a chi li vuole ascoltare - dichiara Luca Doninelli - i peccati legati alla sessualità non sono i più gravi, è la società che li amplifica, e così sembra che il Papa parli solo di questi». «Non mi importa che Melissa si converta - prosegue Doninelli - bastòni pure la Chiesa, ma da informata. La Rosa nel Pugno ha persone preparate, usi quelle».

Così, mentre resistono al tempo le unioni tra cattolici e Susanna Tamaro, ex sessantottini e Lidia Ravera, il matrimonio (anzi, il Pacs, perché Melissa «ha deciso di non sposarsi») tra i laicisti e la Panarello sembra già volgere ad una separazione, non si sa quanto consensuale. E mentre Capezzone e colleghi della Rosa nel Pugno si trovano in Parlamento a lottare su ben altri temi, la scrittrice catanese ha preso il largo con il fidanzato per un anno di giro intorno al mondo. Nuova sexy pop icon cercasi.

Cronaca e Società20 July 2006 1:54 pm

Calci, pugni e sangue: cresce la mania delle lotte amatoriali

Ring improvvisati in parcheggi vuoti, spazi desolati sul retro di edifici di periferia. Nel piccolo spazio tra i muri scrostati, due ragazzi si incontrano. Attorno a loro, urlanti coetanei, tifanti e incitanti. Arriva il primo pugno, le prime gocce di sangue colorano il pavimento. Poi il secondo. E tutti gli altri. Uno dei ragazzi cade a terra, nell’incuranza degli altri, che continuano a gridare. Chiedono calci, e i calci arrivano.

Sembrerebbe la descrizione di una scena di «Fight Club», popolare film di David Fincher. Ma questo non è un film, e a massacrarsi di botte al posto di attori dai cachet milionari ci sono ragazzi a malapena maggiorenni. Nessuna finzione qui, nessun effetto speciale: soltanto una telecamera che riprende un “incontro”, o meglio un barbaro pestaggio.

E’ l’ultima follia targata Usa: stanchi di una vita probabilmente vuota, cresce la mania del “gioco delle risse” filmate e poi diffuse online, lato oscuro e degenerato della mania degli Internet-video. Una moda che arriva da oltreoceano e che comincia a farsi strada anche in Italia.

Un passatempo diffuso tra i giovani americani, contro il quale punta il dito il «Washington Post» dopo la notizia dell’arresto, in Texas, di un gruppo di “video-fighters” accusati di organizzare combattimenti e di venderne le immagini in Rete: una scoperta casuale, frutto delle confessioni di un sedicenne finito in ospedale con un’emorragia cerebrale per un calcio assestatogli con troppa perizia dal suo avversario. Il “gioco”, secondo il quotidiano americano, si alimenta con la violenza dilagante tra gli adolescenti e coniuga il piacere perverso di farsi devastare la faccia a suon di cazzotti con quello, altrettanto dubbio, di vedere altri che lo fanno.

I combattimenti sono di ogni genere, senza regole. Alcuni sembrano risse casuali scoppiate tra i fumi di una festa o per strada, e filmate da qualche videocamera di passaggio o da un cellulare, ma la maggior parte ritrae una violenza volontaria e spesso - ma non sempre - consensuale: gruppi di ragazzi, in maggioranza giovanissimi, che comprano scariche di adrenalina al prezzo di una mascella gonfia o di un labbro spaccato.

Gente come il giovane finito all’ospedale e i suoi amici. Dicono che nessuno di loro si è mai fatto male. Sono tutti amici, ma preferiscono gonfiarsi di botte uno con l’altro piuttosto che passare una serata al pub. «Non sono una persona violenta - dichiara questo ventiduenne di Burlington al quotidiano americano - semplicemente mi piace uscire e combattere». Tutto normale, ordinaria e annoiata follia.

Punto d’incontro di queste manie convergenti sono i siti web di video sharing, come Myspace.com: luoghi virtuali in cui partecipanti e organizzatori mischiano le loro riprese ai filmati amatoriali degli utenti, per condividere la loro “passione”. Qualche volta per scaricare i video si paga, come nel caso di Realfights.com, sito che vende DVD di ghetto fights, combattimenti tra bande di strada. La maggior parte delle video-risse, però, si trova gratuitamente in Rete, pronte per essere scaricate. Il primato lo detiene Comegetyousome.com, che raccoglie circa 500 video messi insieme da Phil Peplinsky, insegnante di arti marziali della Florida.

«Pazzi e intelligenti sono ugualmente innocui. I mezzi matti e i mezzi saggi, quelli sono i più pericolosi», diceva Goethe. E quanto aveva ragione.

Letteratura e libri19 July 2006 1:25 pm

Domini Canes: i mastini di Dio

Fu quando Granada cadde e i Mori vennero sconfitti che i mastini di Dio strinsero la presa: convertirsi o morire. Decine di migliaia di musulmani furono costretti a scegliere tra l’abiura e il rogo, e centoventimila ebrei di Spagna dovettero fuggire dalla loro patria per evitare la persecuzione. L’opera febbrile di Tomas de Torquemada - simbolo e incarnazione dell’Inquisizione spagnola - e dei suoi “Domini canes” era giunta al culmine: con il beneplacito dei sovrani Isabella di Castiglia e Ferdinando di Aragona, il domenicano aveva dichiarato guerra ad ogni eresia, colpevole di minare la solidità del potere centrale. I suoi uomini godevano dei più ampi poteri, in questa vita e nell’altra. E i veri fedeli avevano il dovere di segnalare al Tribunale ogni sospetto. Per maggiore gloria del Signore.

Mentre la Spagna, come il resto d’Europa, si apprestava a celebrare i fasti del Rinascimento nell’arte, nella musica e nella letteratura e un giovane capitano genovese salpava per terre sconosciute, l’Inquisizione spagnola contribuiva a scrivere, a tinte fosche, la storia di una delle epoche più selvagge dell’avventura umana. Se è vero che il 1492 può essere considerato l’anno dell’Apocalisse moderna, l’orrendo contributo dei Mastini di Dio nella nascita del Mondo Nuovo non può dirsi meno rilevante della straordinaria impresa di Cristoforo Colombo.

James Reston Jr., giornalista e scrittore, è anche storico. E’ suo il libro «Warriors of God», che ha ispirato «Le Crociate» di Ridley Scott.

In «Mastini di Dio», Reston ci narra del crollo del califfato islamico dei mori di Spagna, che segnò l’avvento del regno di terrore dell’Inquisizione. E’ opinione di molti storici che l’Inquisizione fu istituita col fine di indebolire l’opposizione interna alla reggenza di Ferdinando, ma non sono aliene neppure allettanti prospettive economiche: i banchieri ebrei avevano prestato al padre di Ferdinando molti dei soldi impiegati nello stipulare l’alleanza e il matrimonio tra i reami spagnoli, e questi debiti si estinsero in gran parte con la condanna dei creditori.

Un libro che parla di storia, ma che non te lo fa pesare, dove fatti straordinari si susseguono velocemente al ritmo del moderno romanzo storico. Accanto alle vicende politiche e religiose di mezzo millennio fa, non mancano considerazioni di carattere sociale nel grande affresco storico di Reston, che fa luce su un periodo oscuro della storia non solo spagnola ma europea, nel quale affondano le loro radici molte delle tensioni tra Islam e Cristianità che insanguinano questa alba di XXI secolo.

James Reston, I MASTINI DI DIO
Ed. Piemme, 2006 - 460 pagine
Prezzo di copertina: € 19,90

Cultura17 July 2006 7:30 am

Cristoforo Colombo e quel crittogramma come firma

Anno 1493. Cristoforo Colombo, Ammiraglio del Mare Oceano, è di ritorno in Spagna dal suo viaggio nelle Indie, la svolta epocale del suo incosapevole approdo nelle Americhe. Il grande navigatore genovese è affacendato nell’organizzazione di un nuovo viaggio nel Nuovo Mondo, obbiettivi oro ed evangelizzazione, mentre sempre più minacciosa incombe la concorreza di Joao II, sovrano del Portogallo.

E’ in questo periodo che compare per la prima volta, in fondo ad una delle numerose lettere che seguirono il suo ritorno nella penisola iberica, il crittogramma che da allora in poi accompagnerà tutti i suoi scritti. Ben più di una semplice firma, un disegno elaborato e carico di significati, ancora non del tutto chiariti, un miscuglio di lettere latine e greche, di punti e di linee, che nel tempo contribuirono ad accentuare la già enigmatica e misticheggiante figura di Colombo.

Il crittogramma appare composto da due parti: la prima, costante e fissa, è il triangolo delle tre ‘S’ puntate posto attorno ad una ‘A’, poggiante su di una base formata dalla sigla ‘XMY’. La seconda, personale e variabile, in Colombo consiste generalmente nella sigla ‘Xpo FERENS’.

Nel corso dei secoli, le ipotesi sui possibili significati sono molte, soprattutto in merito alla prima parte. Graficamente, vanno innanzitutto notati la forma piramidale di base, figura esoterica tra le più note, e i punti, sei in tutto, che nella consuetudine medievale avevano un significato ben preciso nell’interpretazione della troncatura.

Venendo al significato delle lettere, la tesi più comunemente accettata è quella di Morison, che in esse legge “Servus Sum Altissimi Salvatoris - Xristós Mariae Yion (figlio)”.

Ma non mancano neppure interessanti interpretazioni italiane. Assai convincente, tra le numerose fino ad oggi avanzate, appare quella proposta da Aldo Agosto (”Una nuova interpretazione delle sigle della firma di Cristoforo Colombo”, in La storia dei genovesi, vol. VIII, Genova, 1988).

Tale interpretazione tiene in gran conto sia la personalità del navigatore genovese che il contesto storico dell’epoca. Colombo è uomo di fede, e crede profondamente nel disegno divino che ispira il cammino dell’umanità e il suo. Già nel proprio nome ‘Cristoforo’, egli vede il “portatore di Cristo'’, e nel cognome ‘Colombo’, simbolo dello Spirito Santo, egli vede profeticamente espresso il compito che gli è stato affidato alle luce delle Sacre Scritture, credendo fermamente che una volta sconfitti gli Infedeli, restituita Gerusalemme alla Cristianità e convertiti per mano sua gli abitanti delle Indie - le tre grandi religioni monoteiste potranno fondersi nello Spirito Santo, preannunciando la seconda venuta di Cristo.

In questa chiave di lettura, le lettere della seconda riga indicherebbero l’obiettivo del progetto messianico, ossia i Cristiani, i Musulmani e gli Ebrei. Il crittogramma potrebbe quindi essere sviluppato in: “Sanctus Spiritus Adveniat Super Xristianos Mauros Yudaeos”, che lo Spirito discenda su Cristiani, Mori (mussulmani) e Giudei (ebrei).

Pare invece ormai accertato come l’ultima riga, ‘Xpo FERENS’, riporti la forma greca e latina del nome ‘Cristoforo’, in cui il genovese indica sé stesso come «colui che porta Cristo ai pagani».

Un altro importante significato che è stato attribuito al crittogramma è di tipo mistico ed ermetico, con un’invocazione abbastanza palese alla trinità (le tre ‘S’ puntate poste a triangolo). Il contenuto cabalistico forse nasconde il vero casato di Colombo e le sue convinzioni, all’epoca passibili di eresia anche per chi era al di sopra di ogni sospetto, se manifestate troppo apertamente. Vista l’immensa portata della sua scoperta, è indubbio che Torquemada, capo dell’Inquisizione spagnola, e i suoi esaminassero con estrema cura tutto ciò che Colombo scriveva, soprattutto se le voci in merito ad una sua possibile ascendenza ebraica erano già giunte alle loro orecchie. E poi, per un uomo divenuto maestro nell’arte dell’autopromozione, cosa poteva esserci di meglio che un enigma per mantenere desta l’attenzione su di sé nei secoli a venire?

In tutto ciò, qualunque sia l’interpretazione, sembra indubbio che egli abbia voluto attribuire un preciso significato simbolico e profetico alla sua firma. E a questa firma Colombo teneva davvero molto, tanto che in una clausola nel proprio testamento, redatto a Siviglia il 22 febbraio 1498, egli dispose che i suoi discendenti diretti di sesso maschile dovessero adottare come propria la composizione di lettere.

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